Largo ai riformisti

Di Bottarelli Mauro
30 Settembre 2004
Aiutare le piccole e medie imprese a crescere, proseguire nella politica di liberalizzazione della società, sì alla sussidiarietà del vero federalismo e al riformismo stile Blair: parla Raffaello Vignali, leader Cdo

La ripresa che stenta, il terrorismo che giorno dopo giorno sembra far sprofondare il mondo in un baratro di terrore senza fine, il difficile cammino delle riforme osteggiate dal partito della rendita, la legge 40 e la speranza di un popolo che rinasce come imprevisto e come amicizia nel nome del reale. Su questi temi di stringente attualità, Raffaello Vignali, presidente nazionale della Compagnia delle Opere, ha accettato una conversazione a tutto tondo con Tempi.

Dottor Vignali, come valuta l’attuale situazione dell’economia italiana? Quotidianamente i principali giornali rilanciano titoli allarmistici: il “sistema Italia” è davvero fermo? E se sì, quali ricette o suggerimenti si sente di avanzare per uscire dall’impasse?
La situazione è difficile, sia per le imprese che per le famiglie, e questo è un dato evidente, riscontrabile nella vita quotidiana prima che nelle stime e nelle cifre. Questo scenario critico è poi aggravato dall’affacciarsi sempre più deciso sul mercato mondiale di due colossi emergenti come Cina e India: sia chiaro, io ritengo più che legittime le aspirazioni di questi due paesi, ma non è possibile affrontare alcun tipo di discussione seria prescindendo da questi dati di fatto. A mio avviso esistono alcune piste da seguire per uscire da questo cul-de-sac. La prima è quella che deve vederci determinati nel ripartire dall’esistente, da ciò che c’è di buono in questo paese: in tal senso i dati Istat dicono chiaramente che l’Italia, nonostante la crisi generale, resiste grazie al suo straordinario tessuto di piccolissime, piccole e medie imprese. Che non sono, a differenza di ciò che dice qualcuno, né una sorta di ammortizzatore sociale né tantomeno un’anomalia rispetto al capitalismo occidentale. Sono una ricchezza: sono da 150 anni il vero motore di sviluppo del nostro paese.

Quindi occorre creare condizioni che agevolino la ripresa del lavoro e della crescita delle imprese italiane…
Senza dubbio. Ricordiamoci che con la crisi della grande industria che questo paese ha vissuto se non fosse stato per le Pmi saremmo al livello dell’Argentina. Bisogna quindi riconoscere l’esistenza e la specificità delle piccole e medie imprese, prima fra tutte l’impossibilità di competere con le grandi, di tenerne gli stessi ritmi: insomma bisogna favorire la “politica del distretto”, il network di piccole e medie imprese che fino ad oggi ha offerto soltanto esempi virtuosi. In tale contesto vanno sottolineati tre filoni principali d’intervento. Primo, l’investimento nel capitale umano, visto che la competizione non si vince abbassando i costi o delocalizzando ma con una seria politica di investimento in educazione prima, e, poi, in formazione, in ricerca e innovazione, per creare idee e prodotti italiani sempre nuovi con un alto valore aggiunto. Secondo, l’internazionalizzazione, ovvero una politica che incentivi le aziende italiane a investire all’estero. Che non vuol dire delocalizzare, ovvero trasferire le nostre fabbriche all’estero per produrre a basso costo beni che poi finiscono sul mercato italiano, ma vuol dire produzioni italiane all’estero destinate al consumo estero. Terzo, bisogna “costringere” il sistema finanziario a concepirsi come strumento per l’esistenza e la crescita delle imprese, non come nemico delle Pmi. Il sistema bancario deve aiutare chi investe nel medio-lungo periodo piuttosto che chi specula sul breve, questo deve essere chiaro una volta per tutte. Un piccolo imprenditore mi diceva la scorsa settimana: «Quando mi chiama la banca è come se mi chiamasse la questura». Beh, questo è inaccettabile, occorre un miglior trattamento per chi produce.

Un messaggio da girare al presidente del Consiglio…
A Silvio Berlusconi mi piacerebbe dire: coraggio, prosegui deciso con il tuo programma originario di liberalizzazione della società italiana attraverso una politica di defiscalizzazione, e non cedere alle sirene di una logica di redistribuzione di stampo keynesiano che premia “i soliti noti”, i poteri forti…

Tutto ciò chiama in causa anche il nodo del federalismo in discussione alla Camera e intorno al quale si è accesa la polemica circa l’utilità, pratica, politica ed economica, della devoluzione. Lei cosa pensa di questo passaggio cruciale in tema di riforme istituzionali?
Praticare politiche di defiscalizzazione significa realizzare pienamente la sussidiarietà, ovvero garantire a imprese e famiglie libertà di scelta nell’uso e nella destinazione delle risorse. Da questo punto di vista è innegabile che le Regioni siano più vitali dello Stato centrale nel realizzare il principio di sussidiarietà orizzontale. Basti pensare all’esempio lombardo che, pur con le ristrette competenze di cui gode, ha dato vita a esperimenti importanti come il buono scuola, il buono anziani, le politiche di defiscalizzazione dell’Irap per le nuove imprese e le Onlus. Il federalismo è certamente un’ottima ricetta se viene coniugato con la sussidiarietà, mentre può diventare uno strumento della rendita se diventa mera sussidiarietà verticale, delega di competenze senza liberalizzazione. Per questo è fondamentale l’avvio del federalismo fiscale, un principio dal quale non si può prescindere.

Oggi si conclude a Brighton il congresso del partito laburista britannico. Lei personalmente, e la Cdo in generale, non avete mai fatto mistero della vostra ammirazione per la politica riformista di Tony Blair, che invece la sinistra italiana vede come il fumo negli occhi. Il vostro giudizio sull’operato del governo britannico è sempre positivo?
Premesso che in Italia Tony Blair ha, forse, più estimatori nel centrodestra che nel centrosinistra, non posso che ribadire come il programma blairiano della Terza via risponda appieno alle nostre esigenze e aspettative, sia in campo economico che di investimento nel capitale umano e di valorizzazione del ruolo della famiglia. Ritengo inoltre che Tony Blair abbia una dote unica rispetto a molti altri politici: guarda con occhio realista alle cose, pone problemi seri con schiettezza e senza prevenzioni di tipo ideologico. Da questo punto di vista credo che il suo programma politico – che è un programma di liberalizzazione della società – sia più vicino, più simile a quello di Silvio Berlusconi e Roberto Formigoni che ad altri. è un esempio di riformismo: i riformisti sono quelli che vogliono ridare protagonismo alla società, mentre i massimalisti sono oggi identificati con coloro i quali difendono lo statalismo.

In queste ultime settimane la politica italiana si è interrogata con toni molto accesi sul tema della legge 40, la legge sulla procreazione medicalmente assistita. Il centrosinistra ha mantenuto una posizione ambigua: con ragioni diverse, ma convergenti, Romano Prodi e Francesco Rutelli non hanno sostenuto il referendum, ma poi di fatto (e con grande entusiasmo dei Ds, Verdi e Sdi), dall’onorevole Battisti della Margherita ad Antonio Di Pietro, l’Ulivo si è mobilitato per sostenere la raccolta di firme per il referendum abrogativo lanciato dai radicali, mentre nel centrodestra il ministro Prestigiacomo non ha sostenuto l’iniziativa referendaria ma ha comunque proposto una modifica del testo di legge. Lei cosa pensa al riguardo?
Rispondo con le parole di don Giussani nel famoso intervento di Assago del 1987, quando disse che «la politica, in quanto forma più compiuta di cultura, non può che trattenere come preoccupazione fondamentale l’uomo». Un concetto espresso anche da Giovanni Paolo II nel discorso all’Unesco, quando disse che «la cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria con ciò che è l’uomo». Quindi dico che questi temi riguardano la natura stessa della politica, al di là del dibattito scientifico, tecnologico ed etico questo tema pone un problema culturale e quindi politico. O l’Italia e l’Europa ripartono da una concezione forte dell’uomo riconoscendo che l’uomo non è padrone della realtà – e questo è il fondamento stesso di una società e di una politica al servizio della persona – oppure si abbia il coraggio di pretendere e dire chiaramente che l’uomo è un padrone che può decidere della vita e della morte in base alle esigenze della sua presunta onnipotenza: in questo caso ci troveremmo di fronte all’anticamera del totalitarismo, dell’annientamento dell’uomo sottomesso al potere. Di più, mi preme sottolineare che la controversia sulla procreazione medicalmente assistita non è affatto un problema che divide cattolici e laici, ma un problema di ragioni e una materia per uomini che vivono la politica in tutta la loro statura. Su questi temi, ad esempio, bisogna riconoscere la grandezza e onestà intellettuale di un laico come Giuliano Ferrara, così come il grave errore del governo Blair.

Recentemente lei è stato a Gerusa-lemme per inaugurare una nuova sede della Cdo. Di cosa si tratta precisamente e quali sono i vostri partner in Israele?
Voglio prima di tutto premettere che l’apertura di una sede della Cdo a Gerusalemme non è stata un’operazione nata a tavolino né a puro scopo simbolico: è il naturale esito di un’amicizia vissuta sia in Italia che in Terrasanta tra cristiani, ebrei e palestinesi. Con questo progetto vogliamo dire che la convivenza e la pace sono possibili se si vive fino in fondo la propria identità partendo da una posizione autenticamente religiosa, tesa a cercare l’ideale per affermarlo all’interno della propria vita. La posizione religiosa, infatti, permette quel vertice umano che è la capacità di accoglienza e di perdono. L’ultima sera che abbiamo passato a Gerusalemme nel nostro albergo si teneva un incontro tra famiglie palestinesi ed ebree il cui unico punto in comune era di avere un proprio congiunto ucciso dalla parte avversa. E sono in totale cinquecento le famiglie che si incontrano regolarmente una volta al mese. Ecco cosa intendo per posizione autenticamente religiosa, riconoscimento del comune destino e, dunque, continua sfida alla tentazione di una giustizia fondata sull’ideologia, cioè sulla violenza e sulla vendetta. Non c’è e non ci può essere pace se non si passa da questo giudizio preliminare che tu, ebreo, cristiano, musulmano, sei parte di un comune destino e, quindi, parte di me. In tal senso è evidente che la presenza della Cdo a Gerusalemme, con un’amicizia che diventa anche cooperazione economica, si propone come un fattore di pace in Terrasanta.

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