L’armonia universale spiegata dai comunisti antitibetani

Di Mauro Zuccari
29 Giugno 2006

Aveva un titolo splendido il IV Congresso mondiale organizzato da “Lama Gangchen World Peace Foundation” in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del comune di Verbania: “Effetti collaterali positivi – Il miglior investimento per la tua salute”. Aveva anche un esercito di sponsor autorevoli: Regione Piemonte, Provincia del VCO, i ministeri della Giustizia e della Salute, il Centro regionale di informazione delle Nazioni Unite. Lo scopo era nobilissimo: «Liberiamoci da tutti gli effetti collaterali violenti e negativi! Creiamo un network mondiale degli effetti collaterali pacifici e positivi nei campi dell’economia, della scienza, dell’informazione, dell’educazione e della spiritualità!».
Così, dall’8 all’11 giugno scorsi, la sede della Scuola di polizia penitenziaria di Verbania ha ospitato discorsi sublimi, in un clima di armonia celestiale. Ma in tutta questa sinfonia qualcosa dev’essere suonato come una “stecca” all’orecchio di un professore di filosofia verbanese, Vincenzo Rizzo, che ha inviato al sindaco, Claudio Zanotti, una email di protesta ed ha invitato chiunque condivida la sua posizione ad inviarne altre all’assessore alla Cultura, Silvia Magistrini. Le sue argomentazioni: fra gli organizzatori del convegno è presente l’ong “China Society for promotion Guancai”, diretta emanazione del Partito comunista cinese, che si occupa ufficialmente di aiuto allo sviluppo ma non ha mai condannato l’invasione cinese del Tibet (1 milione di morti) né altri “effetti collaterali” della politica targata Pechino: violazioni dei diritti umani, aborto coatto, sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti, negazione della libertà religiosa, atroci persecuzioni. Il caso è approdato anche alla cronaca nazionale, tramite una lettera ad Avvenire. «La Ong cinese – ha scritto Rizzo – vorrebbe accreditare l’immagine di un grande paese che vuole la pace: si serve della Fondazione Lama Ganchen, che ne accetta la presenza al Convegno». Curioso che il Lama Ganchen W.P.F. accetti il cinese tra le lingue ufficiali del congresso e non inserisca il tibetano, che è la sua lingua. «Mentre il Dalai Lama ed altre coraggiose organizzazioni in tutto il mondo lottano ancora perché la Cina ammetta il genocidio perpetrato in Tibet e restituisca la libertà a quel popolo oppresso dal materialismo ateo comunista, qui si aiuta il regime totalitario cinese con il patrocinio di istituzioni locali e regionali, che invece dovrebbero promuovere democrazia e diritti dell’uomo, come via certa alla pace». L’assessore Magistrini s’è difesa spiegando che «nessuno di noi è mai entrato nel merito della rete di ong che partecipano al convegno; sono tante e non le conosciamo tutte».

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