L’artigiano in festa
Undici edizioni, oltre 2.400 artigiani da 95 paesi dei cinque continenti, un afflusso previsto oltre i tre milioni di presenze, la più grande manifestazione fieristica al mondo nel suo genere. Ma i numeri, impressionanti, non dicono tutto sull’evento che animerà la fiera di Milano città dal 2 al 10 dicembre. Anzi, sono solo il dato di partenza da cui sorge la domanda: come mai? Cosa ha reso possibile la nascita in città di un fenomeno di tale imponenza popolare, una dimensione che ormai supera quella della gloriosa Fiera Campionaria dei tempi d’oro?
«Certo – risponde Antonio Intiglietta, presidente di Ge.Fi., Gestione Fiere, la società che ha ideato e continua a organizzare l’evento – alla base del successo c’è un insieme di elementi: l’originalità della formula e la sua collocazione nel tempo, che offre l’opportunità di acquistare regali di Natale inusuali e convenienti; la decisione di non far pagare biglietto di ingresso. Ma il fattore decisivo è il consenso, la simpatia popolare di fronte al fenomeno tutto italiano di questa laboriosità, centrata sull’umanità delle persone: la loro intelligenza, la loro cultura, la loro creatività – che fa di questi imprenditori l’origine del 97 per cento delle imprese italiane, con il 70 per cento della produzione (e su 10 persone che trovano lavoro oggi nel nostro paese, 7 sono assunte da micro e piccole imprese). Allora è come se il pubblico si ritrovasse in un clima di positività, di costruttività, di laboriosità in cui si identifica. È il fiume carsico della creatività, della produttività italiana».
Questa creatività è una caratteristica soltanto italiana?
All’estero non capiscono: come è possibile, si chiedono, che in un paese in cui il ceto politico non fa nulla per favorire questo tipo di impresa, questa creatività continui a fiorire? Il segreto è proprio dato da questa simpateticità, da questo clima di positività, di creatività, che fa venir voglia di stimare, di conoscere, di apprezzare quello che ho davanti; quindi di valorizzarlo, di acquistarne i prodotti, di diventare amici. Infatti una delle caratteristiche più emblematiche della nostra fiera è che si crea una connessione tra il visitatore e l’espositore. Come ha osservato una volta il rappresentante della Chambre des métiers francese, nella nostra fiera c’è “strano connubio” tra gli organizzatori, gli espositori e i visitatori.
Come spiega questo “strano connubio” tra espositori e visitatori?
Questo “strano connubio” parte da un lato dal fatto che noi abbiamo fatto nascere una manifestazione che parte dalla simpatia verso l’umano desiderio, simpatia tutta figlia dell’educazione alla centralità dell’uomo e alla sua ricerca di completezza e di verità che ci è stata data da don Luigi Giussani. Dall’altro in fiera ci sono uomini che mettono in esposizione se stessi, perché in fondo quello che producono è un’espressione di loro. E infine c’è un popolo che, consapevolmente o meno, riconosce questa positività. C’è un dato permanente nella nostra indagine sulla soddisfazione dei visitatori, che ritorna con la percentuale pressoché bulgara del 97 per cento: alla stragrande maggioranza della gente piace la fiera per il rapporto che si instaura tra chi espone e quello che produce. La prima ragione per cui la gente viene in fiera è l’entusiasmo della conoscenza, della stima, della valorizzazione del lavoro. Per questo l’abbiamo chiamata “Campionaria del lavoro”. È come se fosse una festa del lavoro: non una festa rivendicativa, sindacale, contro qualcuno; ma una festa propositiva, costruttiva, in cui si respira aria di positività. In cui anche il rapporto tra il prodotto e l’acquisto non è una mercificazione, ma è dato dalla stima, dall’apprezzamento tra chi lavora e chi acquista – che trova peraltro una convenienza anche economica, perché acquista direttamente alla fonte.
Perché parla di una politica che non favorisce questa creatività? Che cosa manca e che cosa viene fatto di sbagliato?
Tutto questo fenomeno della “Campionaria del lavoro” a Milano vive nonostante la politica. Proviamo a domandarci: se il paese è fatto da questa creatività, come mai così tanta indifferenza, così tanto ostracismo? Come mai una Finanziaria che rende ancora più difficile la possibilità di lavorare? Come mai in Italia per aprire un’azienda bisogna spendere 1.134 euro, e siamo al 64° posto nella classifica mondiale dei costi per l’avvio di un’impresa? Come mai c’è bisogno di 1.390 giorni perché un’impresa italiana possa essere tutelata dai propri contratti commerciali (154° posto nella classifica mondiale)? Come mai lo Stato, invece di premiare e incentivare coloro che innovano, cambiano, internazionalizzano, creano occupazione, li ritiene dei truffaldini che evadono le tasse? Come mai il sistema bancario si rapporta al sistema della micro e piccola impresa come un cliente a cui succhiare denaro e a cui, quando è in difficoltà, portare via tutto? E come è possibile che con tutto un sistema che dice il contrario questo fiume carsico riesca ad andare avanti?
Come fa questa Italia produttiva e creativa a vivere e prosperare nonostante la mancanza di attenzione della politica?
Perché la gente, nonostante tutto, ha voglia di dare un senso positivo alla propria vita. Perché il lavoro, la creatività, la passione con cui si trasforma l’azienda, nascono da un desiderio di vita, di non soccombere alla depressione e all’ostracismo statalista. Che ha la presunzione di raccogliere i soldi in un sacco unico per poi decidere lui, lo Stato, che sa che cosa è il meglio per tutti, come distribuirli. Magari dandoli alle grandi imprese decotte, che invece di diventare un vero volàno per l’intero sistema economico, non solo attingono dalle casse dello Stato il sangue succhiato a chi produce, ma a loro volta, quando lavorano coi piccoli, li sfruttano: riducendone al minimo i margini, se non addirittura costringendoli a lavorare in passivo, per poter dimostrare che i loro conti sono in ordine. In questa situazione, quel che rimane è un vero “miracolo all’italiana”, di cui questa fiera è come l’emblema: il popolo, il suo modo di vivere è più grande, è più forte, resiste a questa perversione.
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