L’Asia fra islam e cristianesimo
È uscito già da qualche tempo: ma, siccome le pubblicazioni significative e belle sono più delle settimane a disposizione per scriverne, può succedere che qualcuna scivoli, come dicono gli statunitensi, down the line, in fondo alla lista. E dato che questo spazio di lettura non vuole tralasciare le occasioni importanti solo per seguire, un po’ formalisticamente, il calendario, ecco “ripescato” il n. 3 del 2001 (autunno) de Il nuovo areopago, la ventennale rivista trimestrale di cultura diretta da Stanislaw Grygiel e da Onorato Grassi.
Il fascicolo in questione entra subito in medias res, campeggiando un titolo di questo tenore: Questioni aperte sull’islam. Ne trattano il padre gesuita di origine egiziana Samir Khalil Samir, docente alla Saint Joseph University di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, intervistato dal giornalista Giorgio Paolucci; il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna (il suo è il testo di un intervento pronunciato all’università Imam-Sadiq di Teheran); e monsignor Fouad Twal, vescovo di Tunisi. A questa sezione fa da intelligente pendant una seconda parte del fascicolo, dedicata a riflessioni attorno ai recenti viaggi di Papa Giovanni Paolo II in Ucraina e in Kazakhstan, terre di confine fra islam, Chiesa ortodossa e cattolici: se ne occupano sapientemente padre Romano Scalfi, fondatore nel 1957 a Milano del Centro Studi Russia Cristiana (che oggi ha sede a Seriate, Bg), e don Edo Canetta, docente di Lingua e Cultura italiane all’Università nazionale di Astana in Kazakhstan. Accanto, ma non al di là delle questioni che tengono banco su Il nuovo areopago, il padre gesuita Georges Chantraine, ordinario alla Facoltà di Teologia di Bruxelles, pubblica un saggio intitolato A proposito di Henri de Lubac. Perché le sue opere ci parlano. Seguono le consuete e utilissime Schede (in questo caso Angelo Domenico Bianchi si occupa di Manzoni: aggiornamento critico-bibliografico), Cronache e Recensioni.
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