L’attentato di troppo

Di Arrigoni Gianluca
24 Febbraio 2005
COME L’ASSASSINIO DI RAFIC HARIRI E I SOSPETTI SULLE RESPONSABILITà DELLA SIRIA POSSONO RIAVVICINARE FRANCIA E USA E UNIRE DRUSI, CRISTIANI E SUNNITI. INTERVISTA A ANTOINE SFEIR

Parigi. Il 14 febbraio la morte dell’ex primo ministro libanese Rafic Hariri, vittima con altre quattordici persone di un attentato, a Beirut, ha aperto una grave crisi che vede sul banco degli imputati la Siria. Per una valutazione della situazione abbiamo fatto alcune domande a Antoine Sfeir, cristiano, franco-libanese, direttore della redazione dei Cahiers de l’Orient e presidente del Centre d’études et de réflexion sur le Proche-Orient.

Condivide i sospetti sulle responsabilità della Siria nell’attentato che ha ucciso Rafic Hariri?
Se si considerano le necessità logistiche e le tecniche per mettere a punto un attentato del genere, che la Siria occupa il paese e che gli uomini dei “servizi” siriani in Libano sono praticamente dappertutto, è difficile credere che la Siria non ne sapesse niente ed è inevitabile che i sospetti convergano sul regime di Damasco.

Cosa ne pensa della reazione dei libanesi?
Ai funerali di Hariri c’erano alcune centinaia di migliaia di persone (il Libano ha meno di 4 milioni di abitanti, ndr) ed è la prima volta che vedo una cosa del genere. Non era mai successo. Persone che mai, nella loro vita, avevano partecipato a una qualsiasi manifestazione, mi hanno mandato degli sms per farmi sapere della loro presenza ai funerali. Quello a cui si è assistito è la riunione delle comunità cristiane, di quella drusa e della Beirut sunnita, e questo vuol dire che la misura è colma. Quello a Hariri è l’attentato di troppo.

E’ la dimostrazione della sclerosi del sistema di potere siriano?
E di quello libanese. La famiglia di Hariri ha infatti rifiutato i funerali di Stato e durante la celebrazione popolare il presidente della Repubblica, Emile Lahoud, e il primo ministro, Omar Karamé, hanno dovuto girare alla larga da Beirut, la loro capitale.

Pensa che l’assassinio di Hariri, considerato l’uomo della Francia, possa essere visto come una sconfitta della politica di Jacques Chirac in Libano?
Al contrario. La presenza in Libano di Jacques Chirac accanto alla famiglia di Hariri, suo amico personale, e il contemporaneo rifiuto d’incontrare Emile Lahoud, ha galvanizzato i libanesi che contano su un sostegno della Francia considerata, nel contesto internazionale, come un alleato prezioso. Non va dimenticato che, insieme agli Stati Uniti, è la Francia, proprio su richiesta di Rafic Hariri, ad avere sostenuto all’Onu, nel settembre 2004, la risoluzione 1559 che chiede alla Siria di ritirarsi dal Libano. Per la Francia questa crisi è anche un ottimo pretesto per riallacciare delle buone relazioni con gli Stati Uniti.

Hezbollah, legato sia alla Siria che all’Iran, come ha reagito all’ attentato?
La situazione dello Hezbollah è delicata. Da una parte non può rischiare una rottura con la Siria, un alleato fondamentale che lo fornisce in armi e lo sostiene militarmente. Dall’altra, rischia il rigetto da parte di una popolazione che sembra decisa a rimettere in discussione le relazioni con Damasco. Per uscire da questa scomoda posizione Hezbollah potrebbe decidere di reintegrare il sistema politico libanese attraverso i partiti, tendendo la mano all’opposizione, con la quale potrebbe discutere. Questo allenterebbe le tensioni, ma non penso che Hezbollah sia davvero disposto a rinunciare al sostegno della Siria.

Se Damasco decidesse di mantenere i suoi soldati in Libano, il rischio non sarebbe quello di una nuova guerra?
Non credo. Il regime siriano è talmente debole che non ha grandi possibilità di resistenza contro delle forti pressioni internazionali, e questo senza ricorrere a un’operazione militare. Sulle ripercussioni in Libano di un crollo del regime siriano, l’unione di cristiani, drusi, sunniti e anche sciiti ai funerali di Hariri lasciano sperare che una nuova guerra civile possa essere evitata.

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