L’autonomia rapita

Di Pellegatta Roberto
10 Luglio 2003
Che ne è e che sarà di quella che doveva essere la “madre di tutte le riforme” della scuola?

Un vento riformatore sembrava iniziato nel marzo 1997 con l’art. 21 delle legge 59 che aveva “concesso”, pur con molti limiti, l’autonomia alle scuole statali. L’entrata a regime fu accompagnata da altri annunci: l’abolizione dei Provveditorati, la riforma del Ministero o l’impegno per notevoli investimenti sulla formazione. Oggi, con l’approvazione della legge delega 53/03, quegli spazi potrebbero in linea di principio ampliarsi: lo Stato indica standard nazionali di conoscenza e capacità, le scuole progettano in autonomia percorsi, metodi, strumenti, tempi e scansioni per raggiungerli. Ma nel frattempo il cammino dell’autonomia è stato frenato, se non addirittura capovolto nella direzione di marcia. A tal punto che anche dirigenti ministeriali iniziano a parlare di “autonomia ingessata”. Il modesto art. 21 della legge Bassanini avviava in realtà solo un processo di decentramento. Reclutamento del personale, innovazione e sperimentazione, curricola, gran parte dei programmi e valore legale del titolo di studio restavano tutti nelle salde mani dello Stato centrale. Paradossalmente i Dirigenti scolastici si sono poi visti arrivare nei due anni seguenti più di duemila norme emanate da Viale Trastevere per dire come “essere autonomi”. Le nuove “Istruzioni amministrative contabili” del 2001 hanno moltiplicato e complicato gli adempimenti di tutti, aumentando di molto la carta circolante. Con l’obbligo imposto a tutte le scuole di acquistare dal Consip (Consorzio statale nazionale unico) tutti i generi di consumo, i beni e i servizi di cui la scuola statale ha bisogno, si rompe ogni rapporto tra progettazione dell’offerta formativa e ricerca degli strumenti e mezzi per attuarla. L’economicità di acquisti che può funzionare per uffici centrali della burocrazia statale (oltre a ridurre occasione di “tentazione”…) diventa diseconomia se non danno erariale se applicata allo stesso modo a ogni scuola “dall’Alpi alle Sicilie”. Con il DL 112/98, “Trasferimento agli Enti Locali di funzioni in materia di scuole”, si è compiuta un’operazione che, vestita di decentramento, ha ampliato la potestà di intervento degli enti locali (Regione, Provincia e Comune) nella programmazione territoriale e organizzativa delle scuole. Recente è l’intervento di molte Regioni in materia di calendario scolastico, con un ritorno all’uniformità invece che con l’indicazione di ragionevoli limiti per una programmazione autonoma delle scuole. La confusione sarà accresciuta dal nuovo Contratto Nazionale della scuola che assegna alle Rappresentanze Sindacali Unitarie (Rsu) compiti che oggi competono agli organi collegiali o al Dirigente scolastico. Non c’è niente di meglio della confusione e sovrapposizione dei compiti per generare contrasti o un clima di conflittualità: quanto di meno favorevole ad una positiva esperienza educativa.
D’altro canto l’autonomia, come esercizio di responsabilità personali e comuni, è anche una conquista, un compito. Si tratta di essere capaci non di stendere tanti progetti ma di saper proporre un progetto formativo, scegliendo le priorità e magari rimettendo al primo posto le discipline come via ad una educazione globale. Per progettare ci vogliono idee, sulle quali serve studio e ricerca continua. La scuola dell’autonomia è una scuola che fa ricerca, specificamente nell’ambito delle discipline. L’autonomia è anche forma della scuola come “impresa comune”. Lavorare insieme comporta assetti organizzativi e gestionali dove si sviluppino professionalità diverse per ruoli e funzioni, all’interno di una omogenea struttura direzionale. In questo contesto chi dirige è chiamato non a fare il “manager” ma a costruire quotidianamente le condizioni per un comune e libero lavoro di cultura e formazione.
Il problema comunque rimane: l’autonomia da restituzione del governo della scuola alla società ed alle formazioni sociali che la costituiscono – così come previsto dalla nostra Costituzione – è stata deformata, con mancate applicazioni, volute dimenticanze e vecchia gestione, a gattopardesco sistema di permanenza del predominio statale della scuola (romano o regionale che sia).

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