
Lavoro. Bella riforma, Cav.!
La recente approvazione del decreto attuativo della cosiddetta legge Biagi sul lavoro rappresenta l’intervento più positivo e innovativo di questo Governo. Non si tratta, infatti, di un provvedimento ispirato dall’urgenza o dall’interesse particolare, ma da un’ampia visione della situazione italiana. Esso è il frutto non solo dell’opera di Marco Biagi, ma anche di una vasta parte della società italiana che fa capo, come Biagi, all’area socialista, a realtà di base quali la Compagnia delle Opere (che ha promosso sull’argomento una legge di iniziativa popolare), ad aree del movimento operaio impegnato nel mondo imprenditoriale (quali la Lega delle Cooperative) e alla parte più illuminata degli imprenditori. Il presupposto fondamentale è il superamento della logica conflittuale veterocapitalista in cui i “padroni delle ferriere” si contrappongono a un sindacato fortemente politicizzato e situato nelle grandi fabbriche. Come si avverte dal dibattito sull’articolo 18 dell’anno scorso e dall’attuale referendum, si tratta di una visione della realtà superata perché, di fatto, il contesto sociale ed economico è mutato. L’innovazione tecnologica ha fatto sì che il ciclo vitale di un lavoratore sia di 5 anni e non più di 40; a un lavoratore che per tutto il suo ciclo vitale sta nello stesso insediamento produttivo si affianca un altro lavoratore più “mobile” e quindi più portato a seguire il cambiamento. Non c’è più la classe operaia tradizionalmente intesa, ma una complessa realtà di dipendenti con varietà di tipologie, specializzazioni, competenze professionali, istruzione, capitale umano diversi. In questo quadro è sempre più frequente il lavoratore autonomo e atipico. Ancora, il costo e la tipologia del lavoro non sono una variabile dipendente, frutto semplicemente di una concezione ideologica. Riferiva Giampietro Mondini, Presidente delle Ceramiche di Imola, che in Cina e in Turchia il costo del lavoro nel suo settore è rispettivamente di 7 e 10 volte inferiore a quello italiano. Accade che in Cina si copino prodotti, tutelati teoricamente da leggi che ne difendono l’originalità, senza che si possa intervenire in alcun modo. Pensare a forme di flessibilità organica che permettano di stare al passo con i cambiamenti tecnologici, considerare la pluralità delle nuove forme di lavoro, reggere la concorrenza internazionale, sono l’unico antidoto al declino della nostra economia e alla delocalizzazione delle imprese italiane in paesi dell’Est o del terzo mondo che, se anche tutela il capitale, rischia di non tutelare i lavoratori. In altre parole, sono le fasce più deboli di lavoratori quelle messe in pericolo dalla mancanza di ammodernamento del mondo del lavoro; è l’Italia nel suo complesso a soffrire delle rigidità sindacali o padronali, se è vero che il tasso di occupazione è fra i più bassi d’Europa. Con questa riforma il vero “sommerso” del lavoro può acquistare totale dignità: è l’idea dei Centri di Solidarietà che, trasformandosi in Piazza del Lavoro, diventano uno dei modelli possibili di lotta alla disoccupazione. Non bastano sindacati e associazioni di categoria: il campo del lavoro, come quello della scuola, interessa tutti, soprattutto chi è mosso da una spinta ideale. Onore al merito al Governo che l’ha capito e a tutti coloro che hanno contribuito a questa riforma. Adesso è il momento di agire per dare attuazione a questa possibilità di cambiamento.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!