L’ayatollah francese

Di Yasha Reibman
24 Febbraio 2005
Per la democrazia in Iran.

Per la democrazia in Iran. Su questo slogan si sarebbero ritrovati a Parigi oltre quarantamila iraniani in esilio e centinaia di parlamentari da tutta Europa. Poi non se ne è fatto nulla. Monsieur Président François Chirac ha pensato che avrebbe potuto dispiacere gli ayatollah e ha proibito tutto. Per le stesse ragioni il rais dell’Eliseo opporrebbe il rifiuto francese alla proposta statunitense di inserire i libanesi e filoiraniani Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ricordandosi di essere il presidente di un regime mediorientale pur sempre moderato, Abu Chirac ha dovuto ammettere tuttavia che Al Manar – la televisione satellitare di Hezbollah che aveva ricevuto il permesso di trasmettere sulla Tour Eiffel e dintorni – è un po’ troppo antisemita.
Nel paese di Dreyfus e di Vichy, non possono prendere troppo a lungo sottogamba lo spaccio dei “Protocolli dei Savi anziani di Sion” e delle “fole” sugli ebrei che mangiano pane azzimo intinto nel sangue dei bambini musulmani (nel Medioevo le vittime erano i cristiani). Di fatto si sta rafforzando l’asse di interessi comuni con Vladimir Putin che ha deciso di vendere armi alla Siria, sodale di Teheran. Romano Prodi è tornato da un incontro sulla rive Gauche e annuncia che, se vincerà alle prossime elezioni, riavvicinerà Roma alla Senna. Preferirei il Potomac, dove tra l’altro anche il leader dell’opposizione, il democratico J. F. Kerry, ha scelto di appoggiare il rinnovo del finanziamento della missione in Irak.

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