L’ayatollah ribelle
«Non è una questione mia personale. È la questione della libertà di culto. Noi speriamo che la comunità internazionale difenda il diritto di ogni iraniano di praticare la sua fede tradizionale. Preghiamo che venga il giorno in cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite voti una risoluzione a sostegno della libertà religiosa in Iran». No, non è una frase di Shirin Ebadi, l’iraniana premio Nobel per la pace l’anno scorso, e nemmeno l’appello di qualche intellettuale laico o di sinistra riparato all’estero: a esprimersi così è Sayyid Hossein Kazemeini Boroujerdi, figlio di un famoso ayatollah e lui stesso acclamato con questo titolo da folle crescenti a Teheran e dintorni. È anche per questo che le autorità l’hanno fatto arrestare l’8 ottobre scorso insieme a un centinaio dei suoi sostenitori, che hanno ingaggiato una battaglia campale con le forze dell’ordine. Dopo avere chiuso una dopo l’altra le due moschee dove predicava con grande successo di pubblico.
Kazemeini fa paura ai mullah perché la sua critica al regime combina un’inattaccabile ortodossia sciita con un massimo di propensione al dialogo e alla collaborazione con soggetti internazionali non islamici. L’ayatollah invoca la separazione della religione dalla politica non sulla base di una secolarizzazione di ispirazione occidentale, ma in forza della più autentica tradizione sciita: «C’è soltanto un individuo che non ha mai peccato e che è privo di difetti», predica l’ayatollah rifacendosi alla tradizionale dottrina sciita del dodicesimo imam, che vivrebbe nascosto da quasi dodici secoli in attesa di manifestarsi nella pienezza dei tempi per assumere la guida dei credenti. «Egli è il signore del secolo, l’imam Mahdi. Solo lui è legittimato a governare ed emettere sentenze». Da qui la critica alla teocrazia khomeinista, che ha consegnato l’essenziale del potere politico ai religiosi attraverso il sistema del velayat-e faqih, il governo dei giuristi islamici che stabilisce l’islamicità delle leggi che il parlamento vota. «La principale vittima di questa teocrazia è Dio. Le ingiustizie compiute dai religiosi che ci governano in nome di Dio hanno spinto la gente ad allontanarsi da Lui in vaste schiere. Io dimostro che il vero islam è privo di addobbi politici. Esso è espresso in versi coranici la cui interpretazione è diversa da quella affermata dalle autorità. Un’interpretazione che esiste da 1.428 anni e si rifà al governo di Maometto e al modo in cui visse. Le nostre guide divine si toglievano il cibo di bocca e dalle bocche dei loro figli per darlo ai poveri. Oggi invece, nonostante l’immensa ricchezza di questo paese, il popolo vive nella povertà». «Quando la gente perde il lavoro, accusa direttamente l’establishment ed entra in conflitto con Dio. (.) Ci troviamo nel mese del Ramadan, ma molte persone si sono allontanate da Dio a causa di repressione, discriminazione e disagi materiali».
La pigrizia intellettuale e l’approssimazione dei commentatori hanno fatto diventare ovvia l’equazione fra khomeinismo e islam sciita. Niente di più lontano dalla realtà: Khomeini ha capovolto la religiosità sciita, storicamente e teologicamente apolitica e ultramondana sin dall’874 d.C., l’anno dell'”occultamento” del Mahdi. Molti ayatollah si sono opposti al capovolgimento attivista dello sciismo e alla sua politicizzazione inaugurati da Khomeini: tutti sono stati arrestati e messi in condizioni di non nuocere. Il più attivo e irriducibile di essi sembra essere proprio Kazemeini, che in una lettera indirizzata niente meno che a Bendetto XVI all’inizio di quest’annno così si è autopresentato: «Io, Sayyid Hossein Kazemeini Boroujerdi, guido il più grande gruppo religioso indipendente in Iran. Sono vittima dell’anatema del governo e da anni sono intimidito dal ministero degli Interni e dal Tribunale speciale del clero. La principale causa di pressioni, arresti, intimidazioni psicologiche, fisiche e sociali ai miei danni è il mio distacco dalla religione politicizzata e il disprezzo per questo mondo. Mio padre era un benefattore del popolo e forniva riparo ai poveri. Quattro anni fa è morto in ospedale in circostanze sospette. La moschea nella quale aveva predicato per mezzo secolo è stata immediatamente confiscata dal governo. La sua tomba monumentale, che si trovava all’esterno della moschea di Noor nella piazza Khorasan di Teheran, è stata distrutta e i visitatori arrestati e torturati in cella. Fu detto loro di non recarsi più sul posto. Il mio crimine consiste nel fatto che non voglio mescolare religione e politica e perdere la vita eterna per avere ricchezze in questo mondo».
«Libertà, libertà»
Oltre che al Papa, Kazemeini ha scritto di recente al responsabile per la politica estera dell’Unione Europea Javier Solana, all’allora segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, all’Oci e ai leader dei paesi islamici e rilasciato interviste a Radio Free Europe. L’argomento è sempre lo stesso: la richiesta di soccorso affinché agli iraniani sia concesso di praticare «la loro religione tradizionale», cioè senza essere costretti a piegarsi al governo dei mullah.
L’aperta dissidenza di Kazemeini dura dal 1994, e ha comportato vari arresti e rilasci del personaggio. La situazione è tornata a farsi tesa nel luglio scorso, quando l’ayatollah, privato del pulpito della moschea, ha cominciato a incontrare i suoi seguaci in uno stadio della capitale. Un rappresentante del ministero dell’Informazione e della sicurezza gli ha intimato di presentarsi spontaneamente davanti al Tribunale speciale del clero, altrimenti sarebbe stato arrestato. Da quel momento centinaia di sostenitori si sono accampati intorno e dentro alla residenza dell’ayatollah per impedirne l’arresto, che è poi avvenuto l’8 ottobre. Fra di essi numerosi gli studenti e le donne, comprese cristiane armene che hanno invitato le minoranze religiose iraniane a scendere in campo al fianco di Kazemeini. Secondo testimoni i manifestanti urlavano lo slogan: «Libertà, libertà: questo è il nostro incontrovertibile diritto». Provocatorio scimmiottamento dello slogan promosso dal regime: «Energia nucleare: questo è il nostro incontrovertibile diritto».
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