L’azzoppato. Perché Prodi è già caduto

Di Emanuele Boffi
15 Novembre 2007
Un governo che non può decidere non è un governo. Le mosse di Veltroni e la sorpresa di Berlusconi. Lo sbocco possibile è uno solo

Questo articolo è stato chiuso in redazione alle ore 20.30 di lunedì 12 novembre 2007. Romano Prodi è presidente del Consiglio, oggi.

Dopo un anno e mezzo di governo l’orologio è ancora fermo alle 3 di notte di martedì 11 aprile 2006. Fermo al momento in cui Piero Fassino si presenta davanti alle telecamere per proclamare – mesto – che «abbiamo vinto». è il momento in cui diventa certo che l’Unione ha la maggioranza alla Camera, grazie a uno scarto di circa 25 mila voti, lo 0,6 per mille. Fassino nella sua dichiarazione non menziona mai la parola «Senato». Seguirà la festa sul palco attrezzato in piazza Santi Apostoli a Roma. Sono le 3.00, la festa avrebbe dovuto avere inizio alle 18.30 del giorno precedente.
Da quel dì a oggi, è cambiato molto ma non l’incertezza diffusa che ha circondato l’esecutivo attrezzato da Romano Prodi, tignosamente ostinato nel voler andare a Palazzo Chigi a tutti i costi, anche al prezzo di scommettere che ogni volta gli sarebbe andata bene. Che ogni volta il suo programma di 281 pagine avrebbe messo tutti d’accordo. Che i senatori a vita gli avrebbero concesso la fiducia per mancanza d’alternative. Che tutti gli alleati, in fondo, avrebbero infine ragionato, dinanzi alle pulsantiere del voto, come la senatrice di Rifondazione Comunista, Rina Gagliardi: «Questo è un esecutivo di merda, ma dobbiamo tenercelo».

«Non sono un uomo per tutte le stagioni». Romano Prodi, 2 febbraio 2007.

La realtà è che il governo Prodi può stare in piedi finché non governa. Come ha scritto il Foglio, non cade perché non sa da che parte cadere. Così come al suo primo minuto ha festeggiato senza avere i numeri per giubilare, così oggi governa senza avere i numeri per decidere. Ne sono testimoni la lentezza dei lavori delle commissioni, le palpitazioni dei passaggi al Senato, le domande che i senatori fanno ai cronisti di Palazzo Madama (e non viceversa) sulla tenuta della maggioranza. Parlare di lavori alle due camere è un eufemismo, come ha notato anche Repubblica che, nei giorni dell’emergenza rom a causa dell’assassinio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto a Roma, in un commento non firmato nelle pagine interne ha scritto: «La legge Ferrero-Amato è diventata un fantasma. Approvata dal Consiglio dei ministri più di sei mesi fa, non è ancora approdata alla discussione in Parlamento, e chissà mai quando ci arriverà». I motivi dei pachidermici movimenti riformisti si chiamavano, fino a un anno fa, Ferdinando Rossi e Franco Turigliatto, oggi Roberto Manzione e Willer Bordon, Giuseppe Scalera e Natale D’Amico.

«Qui non c’è discussione. Non pensavo di essere un numero, di essere solo un voto rosso o un verde. Lo sa che al Senato non ci si saluta? è una sorta di frigorifero dei sentimenti. Allora vado a casa, a Milano, dove in strada mi salutano tutti». Franca Rame, senatrice dell’Italia dei Valori, 5 novembre 2007.

Soprattutto lo stallo si chiama Lamberto Dini che, secondo i ben informati, ha già stretto la mano a Silvio Berlusconi. Secondo altri ben informati invece Dini non tradirà Prodi perché non vuole rimanere col cerino in mano. Infine, secondo i più astuti fra i bene informati, Dini lascerà che la Finanziaria passi indenne al Senato una prima volta ma, dopo le modifiche apportate dalla Camera, la impallinerà al secondo passaggio a Palazzo Madama, quando il governo, anche a causa dei tempi stretti, sarà costretto a porre la fiducia. Quel che è certo, dunque, è che si può ragionare solo secondo i tempi dell’ottativo, rimanendo pur certo che non “se”, ma “quando”, “come” e “per mano di chi” il governo cadrà.

«Abbiamo cinque anni per cambiare il paese e lo faremo». Romano Prodi, vertice di Caserta, 14 gennaio 2007.

Il Governo traballa in continuazione. è accaduto sulla votazione per le missioni all’estero in febbraio, quella che era stata preceduta dal monito di Massimo D’Alema che «o passa o si va tutti a casa». è accaduto il 25 ottobre con le sette bocciature consecutive che, addirittura, hanno lasciato in piedi il berlusconiano sogno del ponte sullo stretto di Messina. è accaduto, accade e accadrà di continuo, in barba ai richiami del presidente del Consiglio alla «coesione», al «rispetto del programma», all’unità sull’ormai dimenticato dodecalogo, elenco sintetico ed effimero del «rilancio dell’azione di governo».

«La spallata è rinviata». Romano Prodi, 5 novembre 2007.

«Non ho mai parlato di spallata». Silvio Berlusconi, 6 novembre 2007.

Se Prodi ha il vantaggio della sua debolezza, Berlusconi ha lo svantaggio della sua forza. Il leader di Forza Italia sa che un ritorno alle urne significherebbe una sua trionfale rivincita e s’è intestardito affinché la data s’avvicini il più possibile. Ha lavorato notte e giorno per trovare il sospirato assenso di senatori pronti a tradire Prodi. Così facendo ha fatto masticare amaro gli alleati: Casini, che vorrebbe vincere, ma fra un po’, quando il Cavaliere non avrà più l’età per ripresentarsi; Fini, che userebbe volentieri del trampolino del Comune di Roma per rilanciarsi a livello nazionale. Entrambi gli alleati hanno preso le distanze dalla strategia della spallata perché sanno che, se funzionasse, lui e solo lui potrebbe arrogarsi il merito di aver mandato a casa Prodi. Tempo fa c’era quasi riuscito e l’accordo con Dini e i suoi era stato raggiunto. Poi, la titubanza del leader dei liberaldemocratici e la smania del Cavaliere di proclamare la vittoria costrinsero a rimandare. Veltroni lo sa, così come dicono gli uomini del suo entourage, convinti che seminare zizzania nel centrodestra sia utile per la propaganda spiccia sui quotidiani, ma che non porti da nessuna parte se non si troverà il modo di sedersi al tavolo con il Cavaliere. «Al momento del voto Casini potrà fare solo quello che Berlusconi gli consentirà», ha detto recentemente un uomo vicino a Veltroni a un giornalista.

«Se Prodi non cade il centrodestra com’è oggi finisce il 15 novembre. Cancellato. È evidente che si è esposto tanto sulla caduta del governo, se poi nulla succede, non può cavarsela dicendo: “Mi ero sbagliato…”. Berlusconi lo sa, scoppierebbe la guerra». Roberto Calderoli, La Stampa, 5 novembre.

Che il governo sia caduto ieri o che cada domani non è questo il (vero) problema. Né che si apra la guerra promessa da Calderoli, ché tutti sanno che le minacce e le promesse in politica hanno le gambe corte. Problema è che, piuttosto, mentre a sinistra è accaduto qualcosa di nuovo (la nascita del Pd che punta alle elezioni nel 2009), a destra poco o nulla si muove. A meno di dar credito a quelle voci che circolano nell’entourage di Prodi secondo cui Berlusconi avrebbe una sorpresa nel cilindro. Una sorpresa che non sarebbe molto lontana da quella indicata da Gianni Baget Bozzo proprio su questo settimanale. Il Cavaliere si presenta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiedere nuove elezioni con la promessa di un accordo col Pd, di essere pronto a fare un passo indietro pur di lasciar governare un paese che per due anni ha vissuto in agonia non sapendo di che morte morire. Di essere, insomma, pronto al “nobile gesto”. Non è che l’idea garbi più di tanto a Berlusconi, ma forse vi sarà costretto dagli eventi. L’alternativa è lasciare le carte in mano a Franco Marini, ormai pronto a guidare un governo di transizione che lasci a Veltroni tutto il tempo di acconciarsi al meglio in vista delle sfide future.

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