Lcdm guadagna 7 milioni da Fiat. Per cosa?
Caro direttore, a proposito dell’articolo “Quello che gli Epifani non dicono” apparso su Tempi del 9/03/06 vorrei fare le seguenti considerazioni. 1) L’articolo dice che il costo del lavoro è aumentato del 23 per cento negli ultimi dieci anni mentre sembra che la cosa sia stata ben più grave se il governatore della Banca d’Italia lo scorso settembre parlò di un aumento del 25 per cento solo negli ultimi quattro anni. 2) È vizio italico mettere sempre a carico degli altri i propri problemi anziché guardarsi prima dentro. A questo proposito riporto le seguenti informazioni: a) Secondo il Sole 24 Ore i bilanci del 2004 di molte imprese si sono chiusi in nero. Quindi le aziende producono a prezzi competitivi e vendono. b) L’allegato Plus al Sole 24 Ore del 9 aprile 2005 ha riportato dati sulle retribuzioni di alcuni top manager italiani. In testa a tutti l’ad di Telecom Italia che nel 2004 ha percepito 7,2 milioni di euro. Poi troviamo: Montezemolo (Fiat) con 7 milioni, Pesenti (Italcementi) con 6, Profumo (Unicredit) e M. De Benedetti (Tim) con 5. c) Plus del 16 aprile 2005, a pagina 11, riporta la variazione dello stipendio di quei manager dal 2003 al 2004 in relazione all’incremento, sempre dal 2003 al 2004, dei risultati di gestione (il Mol per le società industriali). Ebbene non c’è alcuna correlazione: per il primo in classifica a fronte di un incremento del Mol dell’1,7 per cento l’incremento dello stipendio è stato del 341 per cento! Comunque, per tutti la variazione in termini percentuali dello stipendio è stata sempre a due cifre. Pur considerando i rischi del top manager nelle piccole imprese e del top management nelle grandi, io penso e chiedo se lo pensa anche lei, che un minimo di etica non farebbe male. Solo dopo un drastico ridimensionamento della propria retribuzione quegli imprenditori potranno anche reclamare la riduzione dell’Irap, del cuneo fiscale, ecc. Ultima considerazione. Ma le sembra corretto e logico che il sig. Montezemolo, presidente della Fiat, percepisca uno stipendio di 7 milioni di euro/anno da una azienda agonizzante e per fortuna ora in via ripresa? 7 milioni di euro equivalgono al costo della manodopera di una fabbrica di 250-300 dipendenti.
Domenico Dorsi, Cernusco sul Naviglio
La prima legge dell’economia non è quella della distribuzione della ricchezza, ma quella della sua creazione (altrimenti cosa vuole distribuire, le balle di Bertinotti?). Ora, che un ad o un dg abbia stipendi adeguati al rischio di impresa e alla capacità che ha di creare ricchezza mi pare normale in tutto il mondo di mercato. O pensa che sia meglio il mondo in cui il medico e lo spazzino guadagnano gli stessi dieci dollari al mese (vedi Cuba) e dove chi è al governo incassa tutto e distribuisce secondo gli interessi di regime (vedi Cina)? Perciò, non ce la racconti al modo di un Diliberto, l’egualitarismo fa male ai lavoratori perché distrugge l’iniziativa delle persone e la ricchezza materiale di una nazione. Quanto al costo del lavoro è proprio quello: un operaio cinese o un ingegnere indiano costano mediamente dieci volte meno degli analoghi italiani. E questo succede non soltanto perché dove comanda la concorrenza comunista non esistono né sindacati né articoli 18, ma perché, sebbene l’Italia sia una nazione ricca di risorse e di talenti, per lavorarci bisogna pagare il “pizzo” a uno Stato elefantiaco e sperperatore. La Thatcher aveva capito queste cose e infatti fece la più grande e pacifica rivoluzione liberal-popolare che lo scorso secolo ricordi. L’Italia dovrebbe seguire la stessa strada. Invece, dopo più di vent’anni, siamo ancora qui, al palo, a discutere di ex mammuth Iri e di comunisti al governo. Ma non avete ancora capito (e calcolato sui vostri stipendi) che gli sfruttatori dei lavoratori sono esattamente quelli che li dipingono sulle loro bandiere, quelli che criminalizzano il “privato” e promettono “un po’ di felicità” di Stato?
Carissimo direttore, ho partecipato ad uno dei tanti incontri che si stanno svolgendo, in tutta Italia, sul libro di don Giussani, Il rischio educativo. Le confesso che, da non credente, sono rimasto alquanto perplesso. Volevo capire, comprendere, apprendere e ragionare. Mi è rimasto l’amaro in bocca, la percezione che subalternità culturale e timidezza abbiano pervaso organizzatori e relatori. è mai possibile discutere di un libro di don Giussani e della progettualità sull’educazione a lui tanto cara, senza mai citare cristianesimo, comunità, popolo e ideale? Sommessamente mi permetto di far rilevare che in assenza di questi quattro termini e del discorso legato ad essi, del rischio educativo rimane solamente una debole esposizione di facciata.
Fabio Cavallari, Luino (Va)
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