Le atrocità dei talebani somali difesi dalla sinistra

Di Eid Camille
25 Gennaio 2007

La disfatta delle milizie delle Corti islamiche che, nel giugno scorso, avevano occupato una Mogadiscio devastata da anni di guerra deve servire da lezione a coloro che sostengono che ‘l’islam è la soluzione’. I tribunali erano infatti riusciti, in soli sei mesi, a dare un’immagine retrograda dell’islam molto simile a quella offerta dai talebani afghani. Uno dei leader delle Corti, lo sceicco Abdallah Ali, ha così affermato che la sharia islamica prescrive di uccidere il musulmano che non prega, mentre il suo collega Aweis ha vietato la musica e mandato le sue milizie a picchiare una banda che suonava a un matrimonio. Poi è arrivato il divieto di seguire le partite di calcio (adottato in pieno periodo dei Mondiali) con il pretesto che favoriscono il consumo di alcol e di carne di maiale e mostrano delle donne. I giustizieri dei tribunali hanno assassinato il proprietario di una sala cinematografica che trasmetteva le irriverenti partite, mentre altri hanno preferito aprire il fuoco direttamente sul pubblico e altri ancora hanno condannato un centinaio di spettatori alla fustigazione. L’elenco non finisce qui: imposizione dell’abito ‘islamico’ alle donne, divieto di riunioni politiche, assassinio di una suora cattolica in reazione al discorso del Papa a Ratisbona. Ci sarebbe da chiedersi cosa avrebbero fatto ancora se fossero rimasti al potere. E la risposta arriva dalla bocca dello sceicco Sherif Ahmed, capo dei tribunali, secondo il quale altri ‘hudud’, le pene coraniche corporali, aspettavano di essere applicati, quali la decapitazione e il taglio della mano. Obiettivo finale? La trasformazione della Somalia nel nucleo di un futuro Stato islamico esteso a tutto il Corno d’Africa. A chi ha sbarazzato i somali di tali fanatici tocca ora il compito di mostrare il volto di un islam umano.

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