Le “baby famiglie” e un fisco da figli unici
“In famiglia si sta meglio”, recitava qualche tempo fa una campagna pubblicitaria firmata dal Governo apparsa sui maggiori quotidiani nazionali e sulle reti Rai. Erano i tempi degli esecutivi di centrosinistra, da cui gli italiani tanto si aspettavano dopo magnifiche promesse e progressive intenzioni. Da allora si sono succeduti Prodi, D’Alema e Amato, e i giovani del Belpaese sembrano aver perfettamente interpretato quello slogan, da intendersi non come suggerimento a “farsi una famiglia” bensì nel senso, un poco obliquo, di “restarsene a casa di papà e mammà”. Una scelta quasi imposta, visti i tempi che corrono, tra un mercato del lavoro imbalsamato (grazie anche ai Cofferati) che scoraggia le nuove assunzioni, una casa sempre più difficile da acquistare e una politica familiare che impone a una coppia con reddito annuo di 60 milioni le stesse tasse di un single con reddito analogo. Non a caso i dati Eurispes raccontano di un Paese dove il numero dei “mammoni” è in continua crescita, cioè dove i ragazzi preferiscono beneficiare dell’ospitalità paterna fino al 29° anno d’età e oltre. E dove le nuove famiglie sono sempre più “baby” (un figlio al massimo), con l’ulteriore aggravarsi di quella crisi della natalità che ha assegnato all’Italia il poco invidiabile record europeo della crescita zero.
Davanti a questi dati, per comprendere quale futuro ci attenda, l’Istituto di Ricerche sulla Popolazione del Cnr ha condotto lo scorso luglio un’indagine sull’“orientamento alla fecondità” nella popolazione femminile. La ricerca, condotta da Adele Menniti, ha adottato l’innovativa tecnica dei “child-poll”: si è chiesto a 1500 coppie e donne in “età riproduttiva” di indicare quanti figli desiderassero, tornando ad intervistarle a distanza di due anni per verificare se le “aspettative di fecondità” si fossero compiute nei tempi ipotizzati, e se no perché. Il risultato è che chi dice no alla procreazione, nel 70% dei casi è «la figura tipo della casalinga, che ha già due figli, seriamente preoccupata della propria situazione economica (negativa nel 75% del campione) e per la situazione abitativa (giudicata insufficiente dal 77%)». Insomma in Italia – dove peraltro, nonostante la liberalizzazione dei costumi, la famiglia tradizionale regge bene e solo l’8% dei figli è frutto di unioni libere – la denatalità «non è dovuta tanto ad un aumento delle coppie senza figli, come avvenuto in altri paesi; ma ad una diminuzione molto forte dei terzi figli e una diminuzione dei secondi figli… i figli unici invece sono in aumento progressivo… lavoro e abitazione sono i fattori determinanti che scoraggiano le intenzioni di fecondità» (L’osservatorio sulle aspettative di fecondità, di Adele Menniti e Rossella Palomba). L’ennesima dimostrazione dell’urgenza di un adeguato trattamento fiscale per la famiglia e di agevolazioni per le giovani coppie. Una giusta causa che attende il suo Cavaliere.
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