Le belle mimose

Di Scroppo Erica
03 Marzo 2005
QUANDO “EMANCIPAZIONE” ERA GUARDARSI L’UTERO. E “LIBERAZIONE” SIGNIFICAVA “SPERIMENTARE APPOSTA” L’ABORTO. FEMMINISTA, COMUNISTA E PROTESTANTE VALDESE LEGGE ANNA BRAVO. E CORREGGE: “CHE AVESSE RAGIONE LA CHIESA CATTOLICA?”

La lettura del documento di Anna Bravo sulla violenza mi ha riportata all’atmosfera e al dibattito di una trentina di anni fa, periodo in cui frequentai il movimento delle donne che approvavo ma in cui poco mi ritrovavo sia per costituzione psico-fisica sia per educazione. L’autocoscienza mi provocava noia perché non avevo nulla da recriminare: nessuno mi aveva mai trattata male o discriminata per via del mio “genere”. Quel che mi piaceva era esortare e aiutare quelle che mi parevano vittime a vendicarsi, a liberarsi della loro soggezione agli uomini, in una parola a “emanciparsi”. Vedevo invece donne intelligenti rincitrullire per non sottostare alle leggi del mondo maschile, professoresse universitarie incapaci di rifare un letto cimentarsi con il ricamo per “riscoprire” la propria femminilità “costretta” o cancellata. Donne forti e sicure pretendere di essere mammolette incapaci di aprir bocca. Era tutto uno svolazzo di gonne lunghe, uno sferruzzio, una riscoperta di torte e marmellate. A me pareva regressione, specie quando l’entusiasmo spariva o si “ricadeva nel privato” e riaffiorava la soggezione agli uomini e gli slogan urlati nelle piazze da ragazze grondanti mimose si rivelavano parole e basta. Erano gli anni in cui l’8 marzo da festa conosciuta dalla mia mamma e da quattro sue amiche di colpo si trasformò in kermesse nazionale.

per fortuna ero sana
Nei consultori c’erano ginecologhe, il che era una bella cosa perché parecchi – non tutti, per carità – ginecologi allora ne approfittavano per palpare le pazienti più del dovuto. Le donne però – almeno quelle in cui incappai io – mi davano fastidio in un’altra maniera: anziché curare il disturbo ne volevano parlare o – ancora peggio – confessavano «Ce l’ho anch’io…» e, per non sembrare troppo sicure o non imporre una medicina maschilista – o capitalista –, somministravano poche cure con dubbi e indecisione. Cosa che mi fece tornare dai maschi o cercare dottoresse “autoritarie”. Per fortuna sono sempre stata sana! In una riunione in cui si parlava di guardarsi l’utero con lo speculo – cosa a cui non ho mai ambito, come non mi interessa vedermi il colon o la milza – una militante parlò con interesse, quasi approvazione, di una ragazzina che in un’assemblea aveva detto di voler appropriarsi del proprio corpo sperimentando apposta l’aborto! Ne fui inorridita.
Anni dopo, quando aspettavo la nostra primogenita ci venne a trovare un’amica italiana. Più vecchia di me aveva avuto un paio di figli molto giovane e si era appena scoperta incinta, pur avendo inserita una spirale. Felicemente sposata e in carriera, neanche per un momento aveva pensato di tenere il bebè. Provai a convincerla ma non con la forza che userei adesso. Il fatto che lei ci considerasse unite da una cosa comune ma volesse terminare la gravidanza mi pareva stonato. Mesi dopo in visita da mia madre per farle conoscere la piccola, lei raccontò di come entrambe avessimo nausee e malori l’estate precedente e io restai senza fiato. «Ah, ma allora anche lei aspetta?» fece stupita e felice mia madre. «No, no – si affrettò a specificare l’amica che non era neppure una femminista abortista sfegatata – io non l’ho tenuto, ho abortito». Un’ombra di tristezza calò sul viso di mia madre e sulla scena e ci restò di sasso. Di nuovo provai un forte disagio; se prima di diventare madre avevo avuto idee sull’aborto come diritto, come libertà di scelta – ma sempre per rimediare all’assai peggior realtà dell’aborto clandestino, non come forma di contraccezione e men che mai come liberazione per la donna – dopo, tutto era diverso. E se una quasi quarantenne con figli grandi non voleva ricominciare da capo, mi pareva blasfemo accostare la mia maternità voluta e apprezzata con la sua appena abbozzata e respinta e, siccome rifiutata, a mio parere, già spezzata prima che l’atto dell’aborto fosse compiuto. Proprio non mi pareva il caso di ricordare quell’episodio negativo accanto alla solare positività della creatura che cinguettava sulle mie ginocchia.
Posso spiegare l’atteggiamento della mia amica nel contesto del periodo storico-politico e della sua valenza di testimonianza-propaganda. Anche data la provenienza sociale della signora, la sua educazione bene in collegio di suore e la sua “rottura” e “liberazione”. In questo senso è interessante l’analisi della Bravo che partendo dall’aborto su cui il “movimento” non ha abbastanza ripensato riflette sulla violenza, che allora permeava a tutti i livelli società e pensiero. Allora come ora non ho mai visto la gravidanza come una violenza imposta da altri – ovviamente i maschi – sulla donna. A parte in caso di stupro. La violenza semmai veniva dalla natura che unisce il sesso alla procreazione. Se una donna decideva di avere rapporti doveva anche accettarne le conseguenze e la responsabilità era soprattutto sua. La mistica della violenza sul corpo della donna – che passava anche per le sale parto gestite da suore che schernivano le ragazze madri – mi lasciava perplessa.

ANESTETIZZARE IL BEBè
La questione del possibile dolore del feto, di cui parla la Bravo, mi coinvolge poco; anestetizzare un feto che si vuole eliminare mi pare un’ipocrisia, un atto reso più blasfemo dalla sua apparente asetticità scientifica. Il dolore in ogni caso fa parte della vita e credo che la sofferenza di un feto eliminato sia assai minore di quella di un bambino che nasce. Non si può abolire la sofferenza dal mondo, così come non si può abolire la morte, entrambe sono il polo negativo della positività di felicità e vita. Anestetizzare il bebè che sta per nascere sarebbe votarlo a morte. Non amo dolore e sofferenza ma credo che la nostra società esageri nel volerli evitare, proprio come un tempo li glorificava come vie per la santificazione, almeno nella cultura cattolica. Io credo alla forza della natura che spinge il feto a separarsi dalla madre, a lasciare la comoda nicchia per affrontare, dopo il dolore di entrambi, la vita, che è gioia e dolore. Addentrarsi troppo nei meandri di diritti – inventati dagli uomini in ogni caso! – senza il necessario corollario dei doveri mi pare artificioso oltre che pericoloso. Perché un feto che è parte di me e senza di me morrebbe dovrebbe aver più diritti di me? Tanto più che io potrei essere una straordinaria chirurga in grado di salvare centinaia di vite! Nel caso di una cagna amata tra lei e i cuccioli non esiterei a scegliere lei: perché mai mio marito non dovrebbe scegliere me anziché un figlio solo potenziale? Non trovo risposte scontate.
Posso però constatare le conseguenze della politica “femminista” dei paesi “evoluti”. Non solo l’aborto, ma anche il controllo delle nascite ha portato l’Europa a un calo vicino alla soglia del non ritorno. Che avesse ragione la Chiesa cattolica? Chi non fa figli non riproduce il proprio mondo e non trasmette i propri valori e diritti. Intanto in questo paese “protestante” e liberale l’aborto è in calo da anni. Conosco felici casi di conoscenza antenatale tra madre naturale e genitori adottivi. Certo è una via da esplorare.

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