LE BUGIE DI PEPPONE LE VERITA’ DI PINOCCHIO
Una volta qualcuno accusò il cardinal Giacomo Biffi di essere un tantino “preconciliare”. «Beh – ribatté sua eminenza – mi pare che anche Gesù Cristo lo fosse». L’arcivescovo emerito di Bologna non è mai stato un tipo accomodante, nemmeno nel fare ironia. è da sempre un personaggio indigesto allo stomaco relativista della cultura politicamente corretta. Perciò Pinocchio, Peppone, l’Anticristo e altre divagazioni (Cantagalli, 256 pagine, 16,40 euro) è una lettura imperdibile. Il libro è una raccolta di interventi del cardinale sui temi più disparati, dal racconto di Collodi alla Rivoluzione francese. “Divagazioni”, appunto, dove però il vagabondare è sempre volto – spiega l’autore nella prefazione – ad «aderire con maggior consapevolezza al disegno provvidenziale del Padre e alla signoria di Cristo, Re dell’universo, della storia e dei cuori».
ANNULLARE I PECCATI
PER ANNULLARE LA FEDE
A Roma, sabato 18 giugno, con monsignor Agostino Marchetto (segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti), il senatore Giulio Andreotti e gli editori, alla presentazione del libro c’era anche Giuliano Ferrara, folgorato da Biffi sulla via di “Fratello embrione, sorella verità” per lo stesso motivo che ha avvicinato il direttore del Foglio al “professor” Joseph Ratzinger, e cioè per il coraggio – che a Biffi certo non manca – di predicare la razionalità della dottrina cristiana autentica in un’epoca che tutto disperde nel “vento dei valori”.
Spiegando il pensiero di G. K. Chesterton, in uno dei passaggi letti da Ferrara alla Lateranense, Biffi scrive: «Oggi, in nome dell’irenismo e della tolleranza, pare vadano sbiadendosi i confini tra l’ortodossia e l’eterodossia. E dal momento che nessuna asserzione è più condannabile, è straordinariamente difficile diventare eretici. Personalmente la cosa mi secca un po’, perché ci tengo alla mia libertà di compiere tutte le possibili trasgressioni, anche se spero che da tutte mi preservi la grazia di Dio. Forse non si riflette abbastanza che annullare i peccati contro la fede, vuol dire annullare anche la fede». Cioè, ha chiosato l’elefantino ritornando sul nodo culturale all’origine della battaglia appena vinta in campo bioetico, «la libertà non è negata dall’esistenza di una verità. Anzi, senza ortodossia non c’è nemmeno la possibilità di essere eterodossi».
E, in un’estate in cui comincia a traballare la dittatura del relativismo, sono mille gli spunti che rendono obbligatorio leggere il libro del cardinale. Ad esempio la critica soloveviana di quel cristianesimo che, «per amore di buon vicinato con tutti, stempera sostanzialmente il fatto salvifico nella esaltazione e nel conseguimento di traguardi secondari – solidarietà, pace, natura, dialogo -, si preclude la connessione personale col Figlio di Dio crocifisso e risorto» e «si ritrova alla fine dalla parte dell’Anticristo»; o ancora l’affondo sull’uso del linguaggio, innescato dal Peppone di Guareschi che a colloquio con don Camillo s’ingarbuglia con i paroloni (“la letteratura”, dice lui) e sbotta: «La letteratura è una porca faccenda che serve soltanto per imbrogliare le idee, perché va a finire che uno, invece di dire quello che vorrebbe dire lui, dice quello che vuole la grammatica e l’analisi logica». Commenta Biffi: «Bisogna riconoscere che dal tempo di Guareschi nell’uso del linguaggio c’è stato perfino un peggioramento. Sicché oggi l’inizio obbligato della nostra redenzione sociale sarebbe quello di cominciare a chiamare le cose soltanto con il loro nome, senza camuffamenti verbali che spesso finiscono coll’essere messi a servizio dell’ambiguità e della confusione».
Senza i camuffamenti – ha ribadito Ferrara – che hanno reso perdenti i sostenitori del “sì” al referendum, i quali non hanno colto che «c’era in ballo un principio di realtà e di divenire che non poteva essere definito “materiale genetico”».
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