LE CROCI DI CONGDON

Museo Diocesano di Milano, William Congdon in “Analogia dell’icona”. Davanti ai Crocefissi di Congdon occorre fermarsi. A un primo sguardo paiono semplicemente macchie, macchie oblunghe di colore scuro, non una figura umana rintracciabile. Bisogna guardarli di profilo. I Crocefissi di Congdon, cioè le macchie all’apparenza informi, hanno uno spessore di diversi millimetri: il colore, sempre cinereo, è stratificato come catrame, colato e raggrumato come sangue rappreso. Non è più il corpo di un uomo, e tantomeno di un Dio, quella pozza di fango sozza e incrostata; se mai è stata un corpo vivente, bisogna pensare che è stata orrendamente calpestata, per essere così atrocemente ridotta. Congdon lascia scritto in un appunto che l’idea di un primo Crocefisso gli venne per una strada dell’India, completamente coperta dei resti di animali schiacciati. Intuisce che questo è lo stesso strazio patito da Cristo: «Il Crocefisso 90 è tutto una piatta schiacciata colata di lava secca, ma calpestata come se il traffico del peccato l’avesse da eternità passato sopra, finchè il corpo, ciò che era corpo, è diventato macchia. è la strada di Bombay, il mondo che continuamente schiaccia Cristo».
“Ma è una macchia” , vi dirà un bambino, se ne avete uno e ve lo portate con voi alla mostra. è una macchia da fronteggiare con il silenzio della contemplazione, il nero stratificato e ferito di quel Crocefisso 90. Il male incrostato di mille generazioni, di folle inseguitrici o inseguite, paura, guerra, rabbia, fame, sterminio, milioni di passi concitati sopra quel corpo abbandonato. (Congdon, autista volontario sulle ambulanze dell’esercito Usa, fu tra i primi a entrare nel lager di Bergen Belsen. Tra i primi a vedere). Molti anni dopo scrisse: «Ogni soggetto che mi afferra a dipingerlo prima o poi rivela, anzi diventa la Croce di Cristo, nel quadro che nasce scopro sempre che è questo soggetto nel soggetto visto e amato, che mi aveva afferrato, e mai il soggetto stesso».
Ovunque la Croce. Crocefisso 81 è forse ancora più disperato, più nero e scomposto e straziato quel corpo. Degli stessi mesi però è Il sepolcro, dove pure tutto è nero nel silenzio del Sabato, ma un’aura di luce annuncia in quella morte la rinascita – dall’asfalto, dalla lava, la Resurrezione.
E te ne esci zitto con il buio e le albe di Congdon addosso, pensando alla singolare traiettoria di un americano nato da una famiglia ricca e molto perbene. Poi, volontario in guerra, poi, convertito alla fede cattolica. E centinaia di paesaggi – «ma al fondo scopro sempre che ciò che ho visto e mi aveva afferrato è la Croce».

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