Le due facce dell’ostilità alla vita

Di Tempi
16 Febbraio 2000
Le due facce dell'ostilità alla vita

Della “giornata della vita” celebrata domenica scorsa i media italiani hanno trattenuto soprattutto il richiamo preoccupato del Papa e della CEI agli italiani a proposito del bassissimo tasso di natalità del nostro paese, che è sceso ormai a 1,19 figli per donna. Meno fecondi degli italiani ormai sono soltanto gli spagnoli (1,15 figli per donna) e i rumeni (1,17). Una semplificazione: la cultura della vita non consiste soltanto nel mettere al mondo dei figli, e Giovanni Paolo II l’ha ancora una volta ribadito quando ha affermato che “la cultura della vita è il contesto ideale non solo per l’accoglienza dei figli, ma anche per il rispetto e l’attenzione verso ogni persona, a cominciare dalla più fragile e indifesa”. E’ ostile alla vita un contesto socio-culturale che quasi cancella la maternità, ma lo è anche una realtà dove i bambini nascono in quantità, ma subito dopo muoiono: è il caso di molti paesi del cosiddetto Terzo mondo, dove i tassi di mortalità infantile sono spaventosamente alti.

In paesi come Sierra Leone, Angola e Niger ogni donna mette al mondo 6 e più figli, ma su 100 bambini che nascono ce ne sono una trentina che sono destinati a morire prima del quinto compleanno. In paesi come Giappone, Norvegia e Svezia, invece, la mortalità infantile sotto i cinque anni è ridotta ai minimi termini: appena il 4 per mille dei nati non sopravvive fino a quella data. Gli altri paesi industrializzati sono tutti compresi fra il 5 e l’8 per mille (il dato dell’Italia è 6 per mille). Se ne dedurrebbe che in essi la vita gode di alta considerazione, se non fosse per il dato sulla fertilità: la tabella statistica che proponiamo nella pagina mostra che fra i quindici paesi del mondo con la più bassa mortalità infantile soltanto uno, l’Islanda, presenta un tasso di fecondità superiore a quello “di rimpiazzo”, cioè il tasso di fecondità che permette ad un gruppo di popolazione di ottenere la “crescita zero”, vale a dire la stabilizzazione del numero dei suoi componenti. Tale tasso equivale a 2,1 figli per donna, ma nei quindici paesi suddetti esso oscilla, fatta eccezione per l’Islanda che registra un 2,2, fra l’1,26 della Slovenia e l’1,9 della Norvegia.

Da questi dati nasce un paradosso: nei paesi dove i bambini sopravvivono quasi tutti la popolazione complessiva è in via diminuzione perché ne nascono troppo pochi, nei paesi ad alta mortalità infantile, invece, la popolazione continua ad aumentare del 2-3 per cento all’anno perché ogni donna, nel corso della sua vita, mette al mondo fra i 6 e i 7 figli. Se poi analizziamo la realtà socio-economica delle due situazioni scopriamo altre peculiarità. I paesi ad alta mortalità infantile sono caratterizzati da grande povertà (nei 10 paesi sopra classificati il reddito è dappertutto inferiore ai 300 dollari pro capite) e dalla presenza della guerra (Sierra Leone, Angola, Afghanistan, Somalia e Rep. Dem. del Congo sono vittime di guerre civili interminabili); i paesi dove sia la mortalità infantile che i tassi di fecondità sono bassissimi presentano redditi pro capite non inferiori ai 10 mila dollari (e fino ai 40 mila del Giappone) e non conoscono conflitti. L’ostilità alla vita, dunque, ha due facce: quella della miseria e della guerra nel terzo Mondo e quello dell’opulenza nei paesi industrializzati.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.