Le esagerazioni olimpiche di Torino

Di Pianta Mauro
16 Febbraio 2006
NEL CAPOLUOGO PIEMONTESE SI OFFRONO CAFFè AL NO GLOBAL, SI TIENE BORDONE AGLI SqUATTER, S'INVITA A FARE L'AMORE. CI SONO I GIOCHI INVERNALI, CIN CIN!

Torino. Mentre lo scintillante circo bianco delle Olimpiadi invernali è in pieno svolgimento e i torinesi si tuffano nelle acque della mondanità («Ieri sera ho visto Alberto di Monaco in piazza Castello. Che brutta pelle, però» cinguetta la commessa nel locale del centro con l’aperitivo in mano), il futuro della città che guarda ai Giochi come l’inizio della riscossa appare sempre più legato al successo della kermesse.
Sotto la Mole, però, tutti invitano al silenzio e a riparlarne ad evento concluso. ‘Godiamoci la festa’: così la Stampa titolava uno degli editoriali di prima pagina affidato alla penna di Luciana Littizzetto. Dopo Bobbio e Galante Garrone, adesso tocca alla scoppiettante Luciana, anche questo è segno che Torino sta cambiando. In un altro fondo, quello serio, il giornale subalpino aggiungeva: «Le Olimpiadi saranno un grande test sullo stato di modernizzazione e sulla qualità della vita in Italia». ‘Esageruma nen’ (non esageriamo), avrebbe ribattuto Norberto Bobbio. C’è comunque un dato da cui partire: la città, dopo una faticosa metamorfosi lunga sette anni e oltre 500 cantieri, non è mai stata così bella. Strade, piazze, portici, monumenti, illuminazioni: un ricamo di sobrietà e pulizia. «Città stellare» l’ha definita Igor Man. Perfino gli stendardi di color rosso cinabro che costellano il capoluogo piemontese e che hanno fatto imbizzarrire qualche dirigente cittadino di Forza Italia («Torino come Pechino», hanno dichiarato) fanno la loro figura. E pazienza se, come hanno notato alcuni anglofoni, lo slogan che campeggia su quegli stendardi (‘Passion lives here’) in realtà non si traduce con la ‘passione abita qui’, bensì con un più stuzzicante ‘Qui si fa l’amore, si becca’.

La parsimoniosa Gae Aulenti
L’ incanto estetico tende un po’ a spezzarsi quando ci si allontana dal centro storico. Il biglietto da visita peggiore Torino lo esibisce a chi arriva da Milano via autostrada, con il cantiere della linea 4 in tutto il suo squallore. Qualche problema anche per i muri scrostati di via Cigna non adeguatamente coperti, per quello che rimane del glorioso stadio Filadelfia, per l’intervento artistico che non c’è stato sul Palazzo del Lavoro. In compenso sono tante le aree del capoluogo sabaudo oggetto di una autentica mutazione. Dove c’era il mercato ortofrutticolo, adesso c’è uno dei villaggi olimpici, con le case colorate degli atleti. Case che, a Giochi finiti, verranno rivendute dal Comune per ripianare il buco di 41 milioni di euro lasciato dal Toroc, il comitato organizzatore guidato da Valentino Castellani, prossimo candidato al Senato per l’Unione. Tornando alle architetture olimpiche ecco il vecchio stadio Comunale trasformato in un sontuoso stadio Olimpico. E poi il Palavela, rivisitato da Gae Aulenti, l’architetto di Rifondazione che piaceva all’Avvocato perché parsimoniosa («Non gettate quel pannello: tornerà utile»: con questa frase rivolta ai suoi operai Gae aveva conquistato Gianni Agnelli), il palazzo Iosazaki, ovvero la cattedrale per l’hockey su ghiaccio, con le sue tribune che si spostano, firmato dal giapponese più trendy del mondo, e ancora l’Oval, l’impianto destinato ad ospitare i velocisti del ghiaccio e che terminati i Giochi sarà utilizzato per attività fieristiche.
Né si può trascurare l’offerta culturale messa a disposizione dalla città che cambia pelle. Mostre, spettacoli, musica, cinema: oltre duecento eventi, numeri da record. Tra le iniziative culturali che hanno fatto più discutere c’è sicuramente il progetto ‘Domani’, del regista teatrale Luca Ronconi. Un allestimento che si compone di cinque diversi spettacoli su altrettanti temi universali: storia, guerra, biotecnologia, finanza e politica. Otto mesi di lavoro costati 7,5 milioni stanziati dal Comune per l’ingaggio di Ronconi. «Una cifra spropositata – dice a Tempi il consigliere comunale forzista Alberto Mina – per delle rappresentazioni banali nella loro pretesa cerebralità». «Niente da dire sul valore di un regista come Ronconi, anche se con lui le coloriture ideologiche sono sempre in agguato», osserva per Tempi lo scrittore Luca Doninelli. «Certo è che sette milioni e mezzo sono troppi, soprattutto se consideriamo che la Biennale di Venezia quest’anno ha avuto soltanto 900 mila euro».

Finita la psicologia del rimpianto
Settecento milioni è costata la metropolitana subalpina: sette chilometri da Collegno (periferia ovest) alla centralissima stazione di Porta Susa. Tempo di percorrenza: dieci minuti con i cellulari che ricevono chiaramente il segnale. È un altro ‘regalo’ delle Olimpiadi alla città che non dipende più solo dalla Fiat e che – giurano plotoni di sociologi – «può abbandonare la psicologia del rimpianto». Qualche lacrima, comunque, è scappata lo stesso ai cittadini soprattutto perché al secondo giorno di esercizio la metro si è fermata per un guasto. Ha poco di episodico, al contrario, l’atteggiamento del rettore dell’Università, Ezio Pelizzetti. Noto alle cronache per i suoi rigorosi elogi istituzionali della mistica del dubbio e per l’abilità nel far scivolare le chiavi delle facoltà umanistiche nelle tasche di squatters e anarchici che poi ricambiano sbraitando contro la riforma Moratti, occupando aule e imbrattando bacheche, Ezio il Magnifico ha colpito ancora. Con una mano ha concesso gli spazi di Palazzo Nuovo agli autonomi per una manifestazione musicale contro le Olimpiadi impreziosita dalla presenza di striscioni antiamericani. Con l’altra, ha ricevuto Laura Bush e i duecento volumi che la First Lady ha donato all’Ateneo torinese. Un pochino ambiguo? Macché, soltanto «pluralista», commenta lui.
Né si può dire abbiano fatto una splendida figura i pezzi grossi del Cio (Comitato Olimpico Internazionale) che – «causa un incontro concomitante» – hanno disertato il benvenuto ufficiale della Chiesa torinese con il cardinale Severino Poletto. Poco sensibili al protocollo anche i ragazzi dei centri sociali i quali, per lo meno, hanno posto con chiarezza un problema: «Al popolo che oggi guarda plaudente rimarranno solo i debiti da pagare». Suggerimenti dall’universo antagonista? Sono condensati nello spettacolo di sabato 11 febbraio davanti all’Università: bandiere Usa date alle fiamme e due teste di porco gettate in una vasca di Coca cola per mostrare quanto possano essere «corrosive» le multinazionali.
Contestazioni che non sfiorano i turisti impegnati a prendere d’assalto il centro. Tutto esaurito per musei, negozi e ristoranti: pare che i coreani impazziscano per la bagna cauda. Qualcuno ha sentito più di un ristoratore spiegare ai cinesi cosa sia il nebbiolo, mentre Luca Cordero di Montezemolo ha offerto il caffè al capo dei no global campani, Francesco Caruso. Un bailamme che fa inorridire più di un intellettuale torinese, costringendolo ad ‘emigrare’. A guidare la pattuglia snob, c’è il filosofo del pensiero debole e dell’orgoglio gay, Gianni Vattimo. Il professore costretto all’estero per colpa del luna park a cinque cerchi? Fosse anche solo per questo, please: altre dieci, cento, mille Olimpiadi.

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