LE GANGS CHE ANNEGANO NEL NULLA

Di Lenzi Massimiliano
17 Marzo 2005

Senza fede e senza Dio, all’ombra di Dioniso. La postmodernità occidentale raccontata dallo scrittore francese (e laico) Michel Maffesoli, nelle sue lezioni alla Sorbona di Parigi, comincia «dal nulla in cui anneghiamo». Una sorta di sociologia nel boudoir affacciata sul presente, dove ogni riferimento ai racconti criminali del Marchese De Sade è volutamente consapevole. Senza sconti per nessuno. La spiegazione è banale: «Oggi – sottolinea il professore – si fa vita sociale per affinità di perversioni, come delle tribù aggregate per emotività». Il gruppo del piercing, quello dei tatuaggi, la comunità degli internauti e quella degli scienziati “eugenetici”; ognuno asserragliato nelle sue gangs che sfuggono a qualsiasi schema e consapevolezza. Unico comune denominatore: lo stare insieme per gusti legato al piacere ed al desiderio con «una dedizione mai vista prima verso la vita improduttiva e le idee devianti, col disprezzo della normalità».
è il sopravvento dell’estetica sull’etica che faceva scrivere al pittore spagnolo Salvador Dalì «so quel che mangio ma non so quel che mi faccio». Come se gli uomini postmoderni, privati della fiducia nell’avvenire, del ricordo del passato e dell’identità della fede religiosa, scegliessero di vivere in un continuo presente fatto di nulla. Nell’instant éternel. La forma che si fa sostanza: «Le comunità sembrano esistere soltanto quando condividono stili di vita e immagini».
La stessa iconografia dei media e della pubblicità grida, ad ogni fotogramma, “datemi un corpo, fatemi vedere”. Dal pellegrino del cristianesimo, che vagava per la società portandosi sulle spalle il peso e la coscienza della propria identità e della fede, siamo arrivati – spiega il sociologo francese – al pellegrino della contemporaneità che vaga nella sua tribù. Senza niente. Come se le «azioni umane seguissero soltanto i rumori dei propri gesti». In un corto circuito senza fine che rinvia, malinconicamente, (e come è poco cristiana la malinconia!) ad un frase del Lorenzaccio di A. De Musset: «è il tramonto e non ho tempo da perdere. Pure tutto somiglia al tempo perso».

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