Le macerie della gauche plurielle
Nell’attuale cacofonia della sinistra francese una sola cosa è certa: chi è favorevole alla “Terza via” di Tony Blair va emarginato. A scontrarsi con questo postulato è stato Laurent Fabius, socialista, già Primo Ministro ai tempi di François Mitterrand e ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Lionel Jospin. Il peccato di Fabius è di essere un “social-liberale”, perché ha osato, tra l’altro, dichiararsi favorevole alla privatizzazione di Edf-Gdf (equivalente all’Enel). Di fronte all’ostracismo di molti dirigenti e militanti socialisti Fabius ha reagito: «Non posso più continuare a lavorare con delle persone che mi trattano come un appestato». Forse Fabius dimentica che tra i primi ad utilizzare il termine “social-liberale” in modo sprezzante fu Lionel Jospin che, in un discorso del 29 agosto 1999 a La Rochelle. Affermava con vigore: «Noi non facciamo del “social-liberalismo”». Tra i più agguerriti avversari di Laurent Fabius, e di Dominique Strauss-Kahn, anche lui ex ministro dell’Economia del governo Jospin e, perché favorevole alle privatizzazioni, ci sono Henri Emmanuelli e Jean-Luc Mélenchon, che hanno sciolto le rispettive correnti, “Démocratie-Egalité” e “Gauche Socialiste”, nel “correntone” transalpino, il cui peso all’interno del partito è stimato attorno al 30% e che aspirano ad ottenere la maggioranza nel prossimo congresso del partito, che si terra nel mese di maggio a Digione. “Nouveau Monde” è il nome del “correntone”, ispirato all’Altro mondo possibile dei no-global: «Tra Porto Alegre e Davos noi invitiamo a scegliere attivamente e senza ambiguità. Noi facciamo nostra l’utopia concreta del primo, che è la sua parola d’ordine: Un altro mondo è possibile!», scrivono Emmanuelli e Mélenchon. Alla vicinanza ideologica di “Nouveau Monde” con il movimento no-global e con i movimenti di estrema sinistra come la Lega comunista rivoluzionaria, si sovrappone il desiderio di voler tornare alle radici dell’ideale socialista. Tra i due estremi, “rifondatori” e “social-liberali”, le correnti, personalità e sensibilità sono numerose ma solo i “centristi”, che sostengono François Hollande, sono abbastanza forti da contrapporsi a Emmanuelli e Mélenchon, anche se va segnalato il recente consenso dei militanti a Julien Dray, Vincent Peillon e Arnaud Montebourg, con quest’ultimo che può essere considerato come un giustizialista, avendo cercato di far incriminare Jacques Chirac davanti all’Alta corte di giustizia, dimostrando di considerare la distruzione dell’avversario per via giudiziaria come un valido strumento di lotta politica. Anche Dray, Peillon e Montebourg attaccano duramente il segretario del partito François Hollande, la cui moderazione è considerata come “una vigliacca tentazione rinunciataria”. Sentendo il pericolo, sia Laurent Fabius che Dominique Strauss-Kahn sembrano disposti a sostenere François Hollande per impedire a Emmanuelli e Mélenchon di ottenere la maggioranza, ma il problema rimane quello delle scelte politiche e fino ad oggi solo quella del “correntone” appare chiara e leggibile. Se a questa guerriglia interna al partito socialista si aggiungono le dimissioni del presidente del partito comunista Robert Hue, e quelle del segretario dei Verdi Dominique Voynet, che saranno entrambe effettive nei rispettivi congressi di partito, il quadro dell’ex sinistra plurale sembra un ammasso di macerie, e non può che far sorridere l’affermazione di Jospin nel discorso di La Rochelle già citato: «L’attuale crisi della destra è una crisi di adattamento alla modernità».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!