Le mille guerre della sinistra
Nel momento in cui questo numero di Tempi veniva chiuso per andare in stampa il destino del decreto sul rifinanziamento delle missioni militari all’Estero era ancora legato all’esigua maggioranza su cui l’Ulivo può contare al Senato. Ma comunque sia andata a finire il punto politico della situazione non cambia: su temi di rilevanza fondamentale come la politica estera, il governo di centrosinistra è spaccato non in due ma almeno in quattro. Se infatti appare fin troppo semplicistico ridurre la frattura alla difficile coesistenza di moderati e sinistra estrema, all’interno della stesso blocco di comando dell’Unione le posizioni sono tremendamente distinte.
Come poter minimizzare le parole del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, riguardo «l’inaccettabile sproporzione» della reazione israeliana agli attacchi degli Hezbollah se confrontate con quelle dei principali esponenti della Margherita? L’abisso politico che intercorre tra le due è esattamente pari a quello che distingue i Ds da Rifondazione comunista, dal Pdci o dai Verdi. Se poi andiamo a guardare in casa della Rosa nel Pugno, perfino Francesco Rutelli appare tiepido rispetto all’appoggio che Gerusalemme meriterebbe.
Che fare, quindi? La Casa delle Libertà, giustamente, ha deciso di anteporre la tutela dei nostri soldati in missione alle dinamiche di opposizione parlamentare. Ma questo appeasement non può continuare se la Cdl non vuole perdere, dopo aver ceduto il governo del paese, anche la propria anima. Esistono due modi di affrontare le situazioni difficili: nascondersi o fare qualcosa con il rischio di sbagliare. Il primo modus operandi è quello della sinistra nostrana, degna alleata dei parolai internazionali che risiedono all’Eliseo o al Palazzo di Vetro. Il secondo ha come principali esponenti George W. Bush e Tony Blair: che domani si sporcheranno le mani con la diplomazia sul campo e cercheranno di trovare una soluzione. Ben sapendo, però, da che parte sta il torto e da quale la ragione.
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