Le ombre di Kidingir

Di Rodolfo Casadei
18 Agosto 2005
I BOMBARDAMENTI SUI VILLAGGI. GLI ASSALTI DEI JANJAWEED. LA PATETICA RESISTENZA DEI GUERRIGLIERI. IN DARFUR, REGIONE OCCIDENTALE DEL SUDAN, SI COMBATTE UNA DELLE PIÙ FEROCI GUERRE DIMENTICATE DEI NOSTRI TEMPI, MITIGATA DA UN ARMISTIZIO E DAGLI AIUTI UMANITARI INTERNAZIONALI. DAL NOSTRO INVIATO

Kidingir (monti del Darfur). Diavolo, poteva aspettare altri trenta secondi. Ci saremmo allontanati quant’era sufficiente. E invece no: motore a tutto gas, rotore a tutta velocità, e mentre l’elicottero si rialza verso il cielo una raffica di terriccio mi si pianta nella schiena e nella nuca come tante piccole schegge. Innocue, ma fastidiose. Quanta fretta, signor Ivankov. Il comandante bulgaro di questo camion volante che è il MI8 russo deve avere un programma molto intenso stamattina. «Fatevi trovare qua sotto fra un’ora, anzi: fra cinquanta minuti», grida mentre ci spinge fuori dal portellone nel fracasso delle pale, i pattini che toccano a malapena il suolo. Un bel aerosol di polvere e terra, e il grande elicottero sparisce in direzione nord-ovest.
Non c’è spazio per obiezioni. Di questi tempi, nel Gebel Marra, il massiccio montuoso a cavallo delle tre regioni del Darfur (Sud, Ovest e Nord), ci si arriva quasi soltanto così. Troppo pericoloso, per via di terra. Il teorico armistizio fra Sudan Liberation Army (Sla) e Justice and Equality Movement (Jem) da una parte, governo centrale sudanese dall’altra non mette al riparo da agguati, rapine, assalti dei janjaweed, scaramucce fra loro e i guerriglieri, sequestri di persona ad opera di elementi ribelli a corto di rifornimenti. Quassù col fuoristrada continua a venirci quasi soltanto Barbara Contini, rappresentante speciale del Governo italiano in questa tribolata area, coi suoi cooperanti e con la sua scorta di incursori del Col Moschin. Un paio di uomini in tutto, ma che in più di un’occasione hanno dimostrato di poter bastare. Tre-quattro ore venendo da Nyala, più della metà fuori dall’asfalto traversando wadi e risalendo piste, e se la fortuna vi assiste i villaggi del Gebel Marra, o quel che ne resta, sono vostri. Oppure, molto più pratici, gli elicotteri bianchi con l’insegna UN che equipaggi bulgari o sudafricani fanno volare su e giù per monti, deserti, savane secche trasportando quel po’ di aiuti umanitari che servono a non far crepare i due milioni di abitanti del Darfur vittime della crisi.

Seicento villaggi rasi al suolo
E così siamo arrivati a Kidingir, mezz’ora di volo da Nyala. Per chi arriva dalla capitale del Sud Darfur, un borgo di casine basse coi tetti piatti e di capanne d’argilla con sopra un cono di paglia, qualche edificio rispettabile solo nella zona attorno al mercato, qui il paesaggio allarga il respiro. Ci sono più alberi, più verde, e intorno all’improvvisato campo di atterraggio, a non più di due chilometri di distanza, sbucano vette appuntite come vulcani. I mille metri di quota alimentano un vento costante, che non smuove le lunghe fronde delle acacie ma rinfranca gli altri viventi. Che però scarseggiano. Una dozzina di muratori, senza mostrare impaccio per i sottanoni bianchi che indossano, lavora alacremente alla ricostruzione di un paio di edifici evidentemente destinati a qualche funzione pubblica. Nei pressi, un tendone bianco con sopra le insegne della cooperazione italiana, una mano-colomba stilizzata coi colori della bandiera. Ma tutto il resto è immerso nel silenzio: le capanne – alcune intonacate, la maggior parte coi mattoni a vista – adagiate sul lento declivio di una collina e sparse fra decine di piante di cidis che ombreggiavano la vita quotidiana, le acacie, i pozzi, le spianate pronte per la coltivazione e ora ridotte a campi di atterraggio, i denti aguzzi delle montagne intorno. Silenzio. Ma se potesse la terra griderebbe, griderebbero gli alberi, le capanne vuote, gli edifici in muratura anneriti senza più porte né finestre. Perché Kidingir è uno dei 600 villaggi bombardati dall’aviazione governativa, assalito per via di terra dai janjaweed, stuprato e svuotato dei suoi abitanti in questa strage senza storia che è la guerra del Darfur.

Come in Vietnam e nei Balcani
Khartoum ha risposto alle azioni della guerriglia, che pur priva di grandi mezzi nel febbraio del 2003 aveva messo a segno il suo colpo più grosso, con l’assalto e la presa dell’aeroporto di El Fasher, decidendo una politica della terra bruciata e della pulizia etnica: le località abitate da popolazioni appartenenti alle etnie di provenienza della maggioranza dei guerriglieri (fur, zaghawa e masalit) sono diventate il bersaglio di attacchi indiscriminati. Si è usata la stessa tattica già sperimentata nell’ultraventennale guerra del sud Sudan: massicci attacchi dell’aviazione sui villaggi (e sulle poche città controllate dai ribelli sudisti) seguiti da assalti di fanteria condotti più spesso da milizie di nomadi arabi autorizzati al saccheggio che da reparti dell’esercito vero e proprio, tenuto in conserva per gli scontri coi guerriglieri armati. La strategia è quella nota dai tempi delle guerre in Indocina: “togliere l’acqua ai pesci”, isolare i ribelli in un territorio desolato e senza possibilità di approvvigionamenti. Ma nella guerra del Darfur c’è anche una componente balcanica: là dove possono, i nomadi arabi filo-governativi (tribù dei rezigat, maairiyha, zabalat, iteifat, ireigat, ecc.) si impossessano delle terre degli “africani”, come vengono definite le popolazioni che vivono una vita stanziale, vuoi come contadini (fur e masalit), vuoi come allevatori (gli zaghawa). Intendiamoci: gli uni e gli altri hanno la pelle molto scura, per considerare i primi “arabi” ci vuole molta fantasia. Anche perché gli uni e gli altri usano ugualmente la lingua araba nella vita pubblica. Ma indubbiamente le differenze culturali, socio-economiche e infine politiche fra i due gruppi esistono eccome. Gli africani, poi, ci tengono molto a dire che la maggioranza dei janjaweed, i miliziani resi famosi da tanti réportage giornalistici, non sono nemmeno sudanesi, ma provengono da una lunga lista di paesi vicini. Comunque sia, secondo le agenzie internazionali questo conflitto, che Colin Powell a suo tempo definì genocidio e che la Commissione dell’Onu che ha indagato su di esso ha esitato a definire tale, avrebbe causato in due anni e mezzo 180 mila morti: molti di più della guerra in Irak. Ma il dibattito politico, la copertura mediatica, le manifestazioni di protesta non sono nemmeno lontanamente paragonabili. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, i suoi enti specializzati e le decine di organizzazioni umanitarie non governative operano in un vuoto pneumatico di interesse dell’opinione pubblica. Per la semplice, cinica ragione che le vittime di quaggiù, così come i loro carnefici, sono poco sfruttabili politicamente: qua non ci sono americani o israeliani da additare come imperialisti nemici della pace, nè un Saddam Hussein che possa essere dipinto come una minaccia per l’Occidente. Le vittime della guerra sono certamente musulmane, ma musulmani sono anche i loro assassini, e questo basta a rendere particolarmente sobri e rarefatti i reportage di Al Jazeera, per non parlare degli sguardi distratti dei nostri pacifisti e dell’indifferenza totale della “strada araba”.

I talismani dei guerriglieri
I due edifici che i muratori stanno rapidamente ricostruendo sono le scuole di Kidingir, che le bombe dell’aviazione governativa hanno centrato una mattina di un anno e mezzo fa, uccidendo decine di bambini e ragazzi che assistevano alle lezioni nella penombra di quelle mura. I raid aerei non sono mai stati preannunciati, mai ai villaggi sono stati notificati ultimatum o cose del genere. Gli attacchi – lo ha appurato anche la Commissione di inchiesta del Consiglio di Sicurezza dell’Onu presieduta da Sabino Cassese – sono sempre avvenuti a tradimento. I domicili privati – le semplici capanne – sono stati colpiti indiscriminatamente, ma le strutture più importanti sono state trattate come bersagli veri e propri. Oltre agli edifici scolastici, le bombe hanno colpito il mulino del villaggio. Trovo i resti arrugginiti e contorti delle apparecchiature disposti lungo uno dei muri rimasti in piedi. Le porte e le finestre sono state rimosse dai loro vani con tutti gli infissi. Dentro ci sono solo macerie. Le scuole dovevano essere così prima che la cooperazione italiana decidesse di ricostruirle e di avviare rapidamente i lavori. Penso che ci vorrebbe un cippo, un monumento, insomma un qualcosa che faccia memoria della barbarie che qui si è consumata. Ci vorrebbero 600 monumenti come quello di Srebrenica in giro per tutto il Darfur a perenne ricordo delle infamie che qui sono state compiute. Ma è molto più probabile che, di qui a qualche anno, tutto sprofondi nell’oblìo.
Insieme a Marcello Gaspa, ingegnere a contratto col ministero degli Esteri che sovrintende alle costruzioni della cooperazione italiana nel Darfur, mi incammino per uno dei sentieri che scivolano fra le capanne e i resti di capanne del villaggio. Troviamo una scatola metallica contorta che fa pensare ad un contenitore di bombe a grappolo. Troviamo molti alberi mutilati o carbonizzati. Ed ecco che ad un tratto appaiono dalla svolta dove il sentiero smette di salire e aggira la collina. Sono quattro, no: sono sei. Portano tutti il kalashnikov, ma non lo imbracciano. L’arma è in spalla, con la canna rivolta verso l’alto, o trasversale al corpo, dietro la schiena. Scendono senza parlare e senza fare nessun rumore. Sono i guerriglieri dell’Sla, sono gli uomini del comandante Abdallah, l’uomo che controlla questi primi contrafforti del Gebel Marra. Il batticuore dura solo un attimo, perché il loro atteggiamento non è ostile e perché Gaspa, che in passato ne ha già incontrati altri, tranquillizza: «Non preoccuparti, questi ci rispettano».
«Salam ‘alekum», salutiamo portando la mano destra al petto e poi sollevandola con la palma aperta ed il braccio ad angolo. «Wa alekum es salam», rispondono in coro a voce bassa. Ci scambiamo molti sorrisi, ma la conversazione non decolla perché nè noi parliamo arabo, nè loro parlano inglese o qualche altra lingua occidentale. Chiediamo loro di Abdallah e di Muru, il sultano locale che è la controparte degli interventi della cooperazione italiana in questa regione. Ci dicono che sono a Fena, un’altra località a suo tempo aggredita ma che ha resistito meglio di Kidingir, ed è rimasta il mercato settimanale di tutto il comprensorio. Accettano di farsi fotografare insieme a noi.
Li scruto attraverso l’obiettivo e mi rendo conto che almeno quattro di loro sono molto giovani: 18-20 anni, non di più. Più che le armi, kalashnikov di seconda mano che potrebbero arrivare dal Ciad o dall’Eritrea, attirano l’attenzione le collane di tasche di cuoio di varie dimensioni, con bottoncino per la chiusura, che portano al collo. Non sono bandoliere per le munizioni, che scarseggiano disperatamente, ma ju-ju, talismani che dovrebbero garantire ai combattenti l’invulnerabilità. Dentro ad ognuna di quelle tasche sono contenuti frammenti di pagine del Corano che proteggeranno il guerriero durante il combattimento. Più il guerrigliero è giovane, più le taschine sono numerose, cucite da mamme e sorelle, mentre del ripieno si sono occupati sceicchi e imam del villaggio. I governativi hanno bombardieri Antonov, elicotteri russi MI24 e MI8 come quello su cui ho volato dotati di mitragliere, truppe di terra professioniste e soldataglia janjaweed d’appoggio; i guerriglieri contadini dell’Sla hanno queste corazze mistiche, tipica espressione del sincretismo fra islam e religioni tradizionali, puntuale ricorrenza di tutte le guerre africane in cui la sproporzione fra i mezzi a disposizione delle due parti è abissale. Ma i patetici ribelli che affrontano le bombe a grappolo, le mitragliatrici pesanti e gli Rpg armati di collane di talismani hanno anche un’altra cosa che i loro nemici non hanno: la faccia pulita di chi ha preso le armi – armi che nei villaggi del Darfur in realtà ci sono sempre state, per difendere il bestiame o il raccolto dai razziatori – per nessun altra ragione che quella di difendersi dalla pulizia etnica e dal genocidio strisciante. La faccia di gente per bene. Almeno per adesso.

Lo stile del Programma alimentare mondiale
Torna l’elicottero del comandante Ivankov e stavolta si posa rumorosamente sullo spiazzo di fronte alle scuole, sollevando una larga nuvola di polvere. Ci teniamo pronti a scattare verso il portellone per una ripartenza in stile Vietnam, come lo fu la discesa, ma succede quello che non ci aspettiamo: da dentro al velivolo ci fanno segno di non avvicinarci, e poco dopo il motore si spegne. Ancora una manciata di secondi e scendono giù un omino bianco e un gigante nero. Il primo è un responsabile del Programma alimentare mondiale (Wfp), l’ente dell’Onu che distribuisce aiuti durante le carestie; il secondo è il suo interprete. Il primo, un inglese lentigginoso e piccoletto sotto i 30 anni, sembra il Richie Cunningham di “Happy Days” diventato un po’ più supponente. Il secondo, un kwakwa di Yei, cittadina del profondo sud, è la controfigura perfetta per un film su Idi Amin (che infatti era un kwakwa ugandese), se non fosse per l’espressione troppo gentile e intelligente dello sguardo. Anche loro cercano Abdallah e Muru. Siccome non ci sono, l’inglese decide di lasciare una comunicazione orale, che l’Amin buono traduce disciplinatamente. «Buongiorno. Siamo il Programma alimentare mondiale. Siamo politicamente neutrali. Vogliamo rifornire di aiuti alimentari la popolazione di questa area. Qual è il nome della vostra organizzazione? Quanti abitanti sono sotto il vostro controllo? Quanto è grande l’area che controllate? È Abdallah il punto di riferimento più alto per questo territorio? In caso di incomprensioni e contrasti con i nostri impiegati, vi preghiamo di non sequestrarli e di non fare loro del male. Per qualunque reclamo, vi preghiamo di rivolgervi al Pam attraverso la mia persona». I guerriglieri ascoltano pazientemente, perché capiscono l’importanza di aiuti alimentari indirizzati a quest’area remota, ma si vede che vorrebbero essere da un’altra parte. Non è questo lo stile dei rapporti che Barbara Contini e la cooperazione italiana hanno costruito con questi come con altri “attori della crisi”, per ripetere la definizione che lei usa coi giornalisti.
Saliamo in cinque sull’elicottero per tornare a Nyala. Richie si informa sui motivi della nostra presenza in quel posto. «Intrattenete rapporti politici con queste persone?», ci chiede con lo stesso tono da igiene orale che ha dispiegato poco prima. «Assolutamente no», replica Gaspa senza fare una piega. «Siamo qui per ragioni strettamente tecniche».

La resistibile epopea dei janjaweed
«E i janjaweed?», direte voi. Ci sono, ci sono e li abbiamo visti. Ma non sono più quelli dei primi tempi, quando andavano all’assalto montando cavalli e cammelli, vestiti come capitava. Il governo li ha nella maggior parte ripuliti e riorganizzati. A Nyala, lungo la strada per Kass si nota sulla destra un bel complesso edilizio bianco e verdino che ha la tipologia di una moschea con annesso centro islamico. Pochi lo sanno, ma è stato trasformato in una delle basi strategiche dei janjaweed, una delle 30 circa sparse nei tre Darfur. Quasi certamente non lo sanno i profughi che hanno ricostruito le loro modeste capanne e creato un campo non ufficiale nell’adiacente quartiere di Intifada, meno di 1 km dalla caserma dei loro aguzzini. Davanti al cancello d’ingresso, sempre aperto, sorge una tenda militare che non riesce a nascondere alla visione il cortile interno, sempre affollato di uomini sia in divisa che in borghese indaffarati attorno a jeep e camionette. Le divise kaki sono totalmente prive di mostrine, stemmi o gradi: è questo il dettaglio che rivela l’origine del gruppo. Ogni tanto sciama fuori una carovana di veicoli sul pianale di ciascuno dei quali si tengono in equilibrio quattro-cinque persone attorno a un mitragliatore o ad un cannoncino montato sul piano di carico. Vanno in giro a fare gli smargiassi.
Oppure hanno il volto di Ali, il direttore del teatro di Nyala, in corso di ristrutturazione totale grazie ai fondi della cooperazione italiana: un uomo grande e grosso avvolto in una galabia immacolata, a cui tutti rendono omaggio quando lo incontrano. Ha pure creato una sorta di museo etnologico vivente: un “villaggio dei villaggi” dove si incontrano le tipologie abitative di tutte le tribù del Darfur, arabe e africane, con tanto di abitatori originali che ci vivono dentro. Eppure questo cultore del multiculturalismo è noto in città come l'”anima nera” di molti attacchi ai villaggi della regione, un uomo dalla doppia identità che da una parte ostenta cultura e professionalità, dall’altra coltiva la tenebrosa passione della pulizia etnica.
I janjaweed classici, quelli a cavallo e a dorso di cammello, ci sono ancora, ma sono molto meno aggressivi che durante i primi tempi. Lo schema in base a cui si muovono sul territorio è sempre lo stesso. Mandano avanti del bestiame accompagnato da qualche bambino o da un vecchietto. Se i pastori non riferiscono di aver incontrato qualcuno, gli accompagnatori armati avanzano e si insediano, per un po’, in quel territorio. Se invece qualche guerrigliero intercetta i pastori e impedisce loro di avanzare, questi tornano indietro a riferire, e i janjaweed si fermano: da quando, in forza dell’armistizio, non possono più usufruire dell’appoggio dell’esercito sudanese e soprattutto della sua aviazione, la loro bellicosità è scemata. Conformemente a questo schema, una settimana fa i janjaweed sono arrivati ad un chilometro da Kidingir e poi sono tornati indietro, senza rischiare lo scontro coi guerriglieri del Sla.
«La maggioranza dei janjaweed viene da fuori, sono stati chiamati da Libia, Ciad, Niger, Centrafrica, oppure dalle tribù arabe a nord di Khartoum – mi dice Al Walid Abdurahman, l’anziano e autorevole sultano dei dayo, una delle più antiche etnie insediate nel Darfur -. Gli arabi di qui non vogliono combattere contro di noi. Ma il problema, purtroppo, è che nel Darfur c’è discriminazione fra tribù». Nel 2003 Abdurahman è stato arrestato insieme al suo avvocato personale per aver scritto e diffuso un report che raccontava esattamente quello che stava accadendo nei villaggi del Sud Darfur, molti dei quali ricadono sotto la sua autorità tradizionale. «Volete sapere quali sono le cause della guerra? – replica Adi Abdalla Nasrelden, l’avvocato di Abdurahman – Sono le menzogne del governo. Soltanto il 5 per cento degli abitanti del Darfur ha un’educazione qualificata. E l’applicazione della sharia significa questo: che se un povero beve vino, magari in privato, viene denunciato, processato e condannato; se un ricco fa la stessa cosa, magari in pubblico, nessuno osa denunciarlo. Ma una cosa è certa: questa è la nostra terra, e da qui non ce ne andremo».

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