Le quote rosa non c’entrano nulla coi diritti delle donne
Tutti a dire che chi voglia difendere i “diritti delle donne” debba appoggiare le quote rosa, che i fantomatici “radicali dentro a Forza Italia della Prestigiacomo” abbiano un eccessiva presenza mediatica (fosse vero complimenti a loro) e che le donne si sentano offese per la mancata riforma. Volete considerarlo antidemocratico? Fate pure: a me le quote rosa non convincono nulla. Non garantiscono le famose “uguali condizioni di partenza”, ma costringono a una effimera parità all’arrivo. Illudono che le donne, in quanto tali, siano portatrici di una diversa sensibilità tutta femminile, mentre è di tutta evidenza come sui temi più caldi (come aborto, gravidanza e ricerca sulle cellule staminali) le opinioni differiscano sulla base delle convinzioni e non del proprio sesso.
In realtà, mi pare anche dubbio esistano i “diritti delle donne”. Esistono semmai battaglie politiche, che riguardano la vita concreta delle donne, ma su queste scelte loro stesse sono divise. Le quote inseriscono poi un elemento estraneo all’obiettivo che le elezioni si pongono. Non garantiscono per niente che si selezioni la classe dirigente migliore e neppure la più rappresentativa. Come ha ricordato sul Corriere della Sera Pierluigi Battista, grandi donne hanno saputo arrivare ai gradini più alti della carriera politica senza alcun bisogno di quote. Piacciano o no, Margareth Thatcher, Golda Meir, Condoleeza Rice e Hillary Clinton sono state elette senza quote, senza un sistema di protezione, nella più libera competizione.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!