Le radici dell’eugenetica
Non v’è nulla di più pericoloso di un uomo che, in nome del bene, presuma di essere lui, con la sua intelligenza, la sua scienza, la sua tecnica, la risposta definitiva al male. Sono gli “orrori dell’amore”, come li definì qualche anno fa, proprio in un’intervista a questo settimanale, il filosofo Alain Finkielkraut. è il sogno dell’homo faber di essere artefice del proprio destino, che oggi, grazie ai progressi della scienza e alle possibilità aperte dalla fecondazione in vitro, si ripropone sotto la forma di homo fabricatus, adattato a un destino di felicità. C’è oggi in libreria un bel libro di Claudia Mantovani (Rigenerare la società. L’eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni Trenta, Rubettino, 2004) che racconta dei dibattiti e delle speranze di quello che può essere considerato il primo movimento eugenista italiano a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento fino agli anni del fascismo. Già allora Giuseppe Sergi, lo psicologo che nel 1913 diede vita al Comitato italiano di Studi eugenici, scriveva La selezione artificiale è rigenerazione. E così i suoi colleghi che non facevano mistero di puntare ad un’umanità in cui l’uomo malato (via via definito come “buccia”, “macchina”, “tarato”, “degenerato”) andava, senza mezzi termini, eliminato per il bene della società e dello Stato. Roba d’altri tempi? Mica tanto. Nel convegno internazionale di Madrid del 2003 s’è parlato di “golden embryo”, cioè del miglior embrione, esclusi tutti gli altri, candidato a essere trasferito in utero. E, come ha scritto Nicoletta Tilacos sul Foglio, «dal golden embryo al bambino perfetto il passo è breve».
Già nel 1897 l’eugenista Paolo Mantegazza preconizzava l’avvento di una società in cui i coniugi si sarebbero volontariamente sottoposti a «una selezione professionale medicalmente guidata» (il termine ricorda qualcosa?) sotto la tutela di un gruppo di saggi detti “Igei”. Grazie al loro parere si sarebbe potuta saggiare la predisposizione dei concepiti ad una malattia o a un destino di disadattamento sociale. Nel caso, si sarebbe proceduto alla loro cremazione istantanea: «Un inserviente prese il bambino, aprì un usciolo nero, e ve lo mise, chiudendo la porticina. Il bambino, inondato da una vampa di aria calda a duemila gradi, era scomparso». Il problema fu allora (ed è oggi) sempre il medesimo: la confusione fra salvezza e salute. Che cosa salverà veramente l’uomo? Scrive bene Ernesto Galli Della Loggia nella prefazione del volume: «L’eugenetica di ispirazione darwiniana dovette (e deve?) non poco prestigio e consenso al fatto di rinverdire il mito dell’“uomo nuovo”, di riprodurlo con la plausibilità che solo l’indiscutibile autorevolezza della scienza era (è?) in grado di concepire. E per giunta di farlo potendo addurre uno scopo per così dire medico-filantropico, di tutela della salute individuale e collettiva».
Anche allora alcuni laici dubbiosi
Ci fu una forza sociale e di pensiero che più di altre ad inizio secolo si oppose al sogno degli scienziati faustiani, la Chiesa cattolica. Nel 1924, durante il primo Congresso italiano di Eugenetica sociale a Milano, il padre francescano Agostino Gemelli vide lontano quando disse che «per conseguire il fine eugenetico uno dei mezzi e forse il più comune sarà l’impedire artificialmente la generazione». Gemelli mise in guardia dal “grossolano materialismo” di chi in nome del bene limitava la libertà dell’individuo e l’integrità fisiologica del singolo. Lo stesso pontefice Pio XI con l’enciclica Casti connubii (1930) dedicata al matrimonio cristiano, condannò le pratiche eugeniche e ciò gli valse accuse di “medioevismo” e “oscurantismo”. Tanto che nel 1931 la rivista britannica Eugenics Review accusò i cattolici di condurre una «crociata contro la libertà di pensiero e di azione nello Stato moderno». Non solo la Chiesa si schierò contro l’utilizzo disinvolto del corpo, anche insigni pensatori laici dell’epoca espressero i loro dubbi su queste pratiche e questi sogni. Fra tutti, ancora attuale, è il quesito dell’anarchico Luigi Fabbri: «Chi ci dice che, una volta cominciato l’andazzo di limitare le nascite, un po’ per abitudine e un po’ per egoismo, non si ecceda fino al punto da farne soffrire la produzione e da danneggiare notevolmente la società ancora vivente?».
Già, oggi come allora, chi ce lo dice?
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