LE SCHEDE DI KABUL

Di Barchiesi Andrea
14 Ottobre 2004
Kabul. La prima elezione afgana dal 1919.

Kabul. La prima elezione afgana dal 1919. Un momento storico per uomini e donne che nella stragrande maggioranza dei casi si sono recati alle urne in una Kabul silenziosa e spettrale desiderosi di gettare alle spalle anni e anni di frustrazioni, guerre e morti. Circa otto milioni i registrati e il voto è salito sul dorso degli asini che si sono recati nei posti più remoti del Paese per raggiungere gli abitanti delle zone impervie, ha flirtato con i fili delle due compagnie telefoniche afghane che hanno lanciato messaggi sui cellulari invitando le persone ad offrire il loro contributo per la stabilità del Paese, lontano dalle polemiche italiane degli sms preelettorali delle elezioni amministrative. Insomma, ha prevalso il desiderio di uscire dal baratro in cui l’Afghanistan è piombato 25 anni fa. Che senso hanno le polemiche (poi rientrate) dei candidati che hanno minacciato d’invalidare le elezioni che sono costate più di venti milioni di dollari, provocando l’intervento dell’Onu? Il 52enne ambasciatore italiano a Kabul Domenico Giorgi che vive ormai da tre anni in Afghanistan ha riassunto con una felice parodia tutto il movimento di questi giorni: «Il popolo afghano è orgoglioso di poter mostrare al mondo di votare». Sono riusciti a sopravvivere alle guerre, alle umiliazioni, agli stupri. Dice Giorgi: «Hanno usato la testa e riversato le sofferenze patite in un segno dato a penna e inchiostro nero sulla scheda». Così, anche gli afghani, grazie ai liberatori americani, hanno iniziato a condividere con il mondo libero il gusto per una preferenza espressa non per paura della propria incolumità come succedeva sotto russi e talebani, ma per la scelta personale di non rivelare ai quattro venti il nome dell’uomo politico a cui affidare le proprie speranze (nella speranza che i signori della guerra finalmente tacciano).

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