Le sentinelle di Ngangi

Di Tagliani Alessandro
24 Febbraio 2005
A GOMA, NEL CUORE TRIBOLATO DEL KIVU CONGOLESE, SALESIANI SPAGNOLI E ITALIANI DI AVSI RESTITUISCONO ALLA VITA I RAGAZZI DI STRADA CONSEGUENZA DI CENTO GUERRE

Goma (Repubblica democratica del Congo) – «Ha solo sedici anni. Quando io sono arrivato qui era in prigione. Nelle galere di Goma. Era stato denunciato da sua nonna per un presunto furto. La donna ha avvertito la polizia e poi è fuggita. L’hanno preso e l’hanno messo dentro. Con un assistente sociale siamo andati a fargli visita in cella. Abbiamo chiesto di poter visionare il suo dossier. Non esisteva. E così è cominciato il nostro difficile peregrinare tra uffici ed aule di tribunale, segreterie e cancellerie, dove il denominatore comune erano montagne di pratiche dimenticate. Alla fine, dopo quattro mesi di carcere, siamo riusciti a farlo tornare in libertà. Pochi giorni dopo, qui al centro, l’ho visto dare da mangiare ai bimbi più piccoli. Ricordo il suo viso smunto e tirato in galera, segnato dalla fame e dalla paura, dal terrore di chi non sa nemmeno di preciso di cosa sia accusato e come e quando potrà uscire da dietro le sbarre. Invece eccolo lì, capace ancora di un gesto così dolce come imboccare un bimbo. Non me lo sarei mai aspettato».
Alejandro Ortuño, 28 anni, spagnolo di Murcia lavora da quasi un anno come volontario al Centro Giovani Don Bosco di Goma. Il suo incontro con l’Africa, o meglio con l’est tribolato della Repubblica Democratica del Congo, ha gli occhi di un adolescente sconosciuto che forse, senza il paziente e frustrante lavoro di ricerca nei folli tribunali congolesi, sarebbe ancora in galera. O forse morto. E che invece adesso ha preso qualche chilo, sta meglio e dedica parte del suo tempo ad aiutare quei bimbi che gli ricordano il suo passato: i bambini della strada, les enfants de la rue. Migliaia di bambini senza un futuro che proprio lì, nel grande quartiere di Ngangi, tra laboratori, aule, scuole e campi da calcio stanno cercando un futuro.

COM’E’ NATO IL CENTRO DON BOSCO
Oltre 25.000 ragazzi in quindici anni. Casi difficili, a volte al limite. Storie di vite distrutte da mille guerre, dalla miseria quotidiana, dalle malattie, dalla fame, dalla violenza dei militari e dei banditi.
In tanti hanno trovato accoglienza nella grande struttura che oggi è gestita da padre Mario Pérez, venezuelano di 46 anni, in Africa da 22, sempre in Congo: prima nella grande Lubumbashi, metropoli del sud; poi nella Goma di confine, nella Goma equilibrista tra una guerra e un’altra, porta d’ingresso ad uno dei più grandi forzieri del mondo, il Kivu dei diamanti, dell’oro, dell’uranio, dei cento minerali diversi e preziosi che custodisce nella sua pancia di eterni vulcani, sconfinate foreste equatoriali e laghi tanto grandi da credersi mari.
«Il centro – racconta Pérez – aprì i battenti alla fine degli anni Ottanta. Padre Onorato Zais, responsabile dell’Istituto Tecnico Industriale di Goma (una scuola salesiana), prese in affitto alcuni terreni per garantire agli allievi degli spazi per attività sportive».
Difficilmente, nel 1988, padre Onorato avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe diventato il centro e quale importanza avrebbe rivestito per migliaia di ragazzi di Goma: «Tra una partita e l’altra di calcio – dice ancora Mario Peréz – raccoglieva alcuni bambini e, insieme, semplicemente seduti sotto i banani, dava loro brevi lezioni per una prima alfabetizzazione. Nel ‘91 padre Onorato fece portare qui due container per organizzare un piccolo laboratorio di falegnameria». Venti ragazzi. Soltanto venti ragazzi, in quell’inizio di anni Novanta. Un numero destinato a crescere, nel più drammatico dei modi, nel 1992, quando a Goma arrivano i primi profughi del territorio di Masisi (a nord-ovest della città). È l’inizio della catena di conflitti che insanguinerà per 10 anni l’est del Congo.
«In pochi giorni, il centro si ritrovò ad allestire un campo profughi per oltre 1.800 persone. Il campo da calcio venne ricoperto di tende. Con l’aiuto della Caritas, vennero allestiti i servizi essenziali per la vita di centinaia di famiglie che avevano perduto tutto».
Ed è in quella situazione d’emergenza che lo spirito del centro Don Bosco, uno spirito di comunità e famiglia, comincia a diventare visibile, concreto. Diventa mattoni: «I ragazzi più grandi – racconta padre Mario sorridendo – iniziarono a lavorare come falegnami e muratori, imparando un mestiere e rivestendo un ruolo fondamentale per la gestione dell’emergenza. Fu allora che vennero costruite le prime aule, semplici, spartane, ma utilissime. Al mattino servivano per garantire qualche lezione scolastica. Poi diventavano sale da pranzo, infermerie per malati e di notte dormitori».
L’APOCALISSE DEL RUANDA
I giorni passano veloci, tra assistenza ai profughi e prospettive per un futuro ancora inimmaginabile. Fino al ‘94, quando oltre confine, nel vicino Ruanda, la guerra civile sfocia in un terribile genocidio.
«All’arrivo dei profughi ruandesi – continua Pérez – la gente di Masisi, di etnia diversa, tornò impaurita ai luoghi d’origine per cercare rifugio dalla nuova guerra. Altri scapparono chissà dove. Il campo restò, ma i suoi abitanti cambiarono. Cacciati dalla zone di montagna e di confine, separati brutalmente dalla famiglie, arrivarono principalmente bambini. Molti di loro erano stati arruolati a forza da milizie che, allo scoppio dei combattimenti, fuggirono lasciando i piccoli nelle foreste. E quei piccoli, non sapendo dove andare, raggiunsero Goma. E a Goma trovarono noi».
Le attività del centro crescono ancora. Altre sei aule. E prosegue l’assistenza a chi non ha altro posto dove stare. A chi, nella maggior parte dei casi nemmeno adolescente, ha conosciuto uno degli aspetti più terribili della guerra: perdere tutti e tutto e ritrovarsi solo, sperduto, a cercare di sopravvivere un giorno dopo l’altro.
Nel 1996, altre battaglie, altre rivoluzioni. Sempre da est, Kabila fa il suo prepotente ingresso in Congo e marcia su Kinshasa, attraverso 2.000 chilometri di foresta.
Il centro si svuota ancora. Resta deserto: «Credo che siano rimasti circa 20 bambini in tutto – dice padre Mario – Vuoto fino a febbraio del 1997, quando, in seguito allo scoppio del fenomeno dei ‘bambini di strada’ (in gran parte profughi ruandesi) il centro cominciò l’attività che continua anche oggi: l’assistenza ai ragazzi di quartiere».
E oggi, probabilmente, ogni volta che padre Onorato varca la soglia del grande portone rosso di Ngangi, ancora si stupisce vedendo cos’è diventato quel fazzoletto di terra ai piedi del vulcano dove lui, sotto gli alberi, teneva lezioni a qualche ragazzo.

UNA SCUOLA PER CHI NON HA PIù NULLA
Nelle nuove aule, un primo ciclo di alfabetizzazione accelerata consente a molti di recuperare gli anni persi a scuola.
Per chi invece è in età scolare, ma non ha i soldi per pagare l’iscrizione alle classi cittadine, il centro si fa carico della retta, consentendo a un gran numero di giovani di avere accesso all’istruzione primaria.
«Poi abbiamo un ciclo di studi professionali – dice ancora Pérez – con laboratori per falegnami, muratori, fabbri. E un corso di taglio e cucito».
A Ngangi è stato appena aperto anche un nuovo dispensario medico e continua l’attività di accoglienza dei bambini che, per i motivi più svariati, sono stati separati dalle famiglie o le hanno perse per sempre.
Gli ‘interni’, quelli che vivono stabilmente al centro, sono circa 300. Poi ci sono quelli che, la notte, rientrano a dormire da qualche parente in città. E poi ancora quelli che una famiglia ce l’hanno ma è così povera da non garantire il minimo per la sopravvivenza.
Anche Avsi, ong italiana presente in 35 paesi poveri del mondo e da diversi anni anche in questo cuore tribolato dell’Africa nera, ha fatto il suo ingresso a Ngangi, decidendo di sostenere l’attività del centro con un programma di sostegno a distanza. In pratica: una famiglia italiana versa una piccola quota – 312 euro all’anno: 85 centesimi al giorno! – che serve per provvedere ai bisogni del ragazzo.
Per fare sapere quanti là trovano rifugio, non serve la calcolatrice: basta andare in cucina. I fornelli del Don Bosco di Goma, ogni giorno a mezzogiorno, sfornano 1.700 coperti. Un mare di gente. Un mare di visi e di occhi che lì, in qualche modo, hanno una casa.

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