Le Spa dei ragionieri della morte
Se il “diritto alla morte” è fuori discussione e morire come si vuole non è un problema (i suicidi non si possono intervistare), quel che fa un po’ specie è che discutiamo di “diritto alla buona morte”. Cosa rispondere? Dipende. Se uno è un cosmopolita perbene e gli cade in testa una gru proprio mentre sta scrivendo la sua rubrica per l’Espresso, è probabile che non faccia in tempo a richiedere il ticket all’Asl olandese per morire di morte buona e perbene. Se invece stiamo parlando della causa che fa commuovere suor Cesara Buonamici, al Tg5 di prima serata (19 gennaio) e che gli fa quasi scendere una lacrima sul viso per la predica di don Umberto Veronesi, bè qui non ci siamo. Perché morire così già si muore, senza tradire il giuramento di Ippocrate, con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, con i farmaci e con le terapie del dolore. Quello che invece non c’è, e che troviamo esecrabile ci possa essere, è una legge che ammetta l’omicidio buono, a scopo buono, per ragioni buone. L’eutanasia non c’è e non ci deve essere anche se, come il cretino dice in giro, “c’è già nei paesi più progrediti”. Dice che però si deve poter ammazzare “dolcemente” la persona qualora ne faccia esplicita richiesta. Ma questa libertà-diritto di morire come pare e piace, per un verso c’è già (come detto sopra). Per l’altro (quello che tale libertà-diritto venga codificata in legge), sentono l’impellente necessità soltanto le Spa delle cliniche della morte e i loro famosi testimonial.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!