Le spalle al paese

Di Boffi Emanuele, Bottarelli Mauro, Manes Enzo
07 Giugno 2007
Sorda alle istanze dei cattolici, delle imprese, perfino dei riformisti. La maggioranza romana non ha perso solo il Nord, ma il contatto con l'Italia

«Il rischio di questa discussione sulla leadership e sul coordinatore del Partito democratico è che gli elettori non ci capiscano nulla. E non sarebbe responsabilità loro ma solo nostra». Sergio Chiamparino, sindaco diessino di Torino, sa che il terreno del Pd diviene giorno dopo giorno più accidentato e per questo si muove con estrema cautela, ma non lesina critiche. «Io parto da un presupposto. A mio avviso non è il caso di mettere in discussione il governo per il risultato elettorale ma posso capire che qualcuno la pensi in maniera diversa. In quel caso si pensi a un rimpasto o a un cambio ma lo si faccia per un motivo: qui invece vedo messa in discussione, anzi sfiduciata, la leadership di Romano Prodi e l’intera tenuta dell’esecutivo per la voglia di accelerare sul tema dei coordinatori e dei leader del Pd. È assurdo. Si nomini pure il coordinatore ma il leader lo si scelga più avanti, in prossimità della scadenza elettorale, non ora rischiando di terremotare il governo. È una questione di buon senso. Al contrario occorre linearità: credo che prima di parlare di leadership sia il caso di parlare di contenuti e politiche. Altrimenti molti elettori potrebbero essere tentati di pensare che l’interesse è unicamente quello di parte e di poltrona».
Ritiene che questa tensione abbia influito sul risultato elettorale? «In maniera marginale. Altri sono i fattori determinanti: quelli prettamente locali, la politica del governo e quella che è una distanza antropologica della sinistra italiana – legata alle aree metropolitane – con la provincia padana. I fattori locali ovviamente variano di area in area ma è chiaro che un tema come quello della sicurezza ha inciso pesantemente. Le politiche di governo si riverberano sulla totale mancanza di certezza per quanto riguarda i servizi che il cittadino vorrebbe vedersi riconosciuti a fronte di una pressione fiscale enorme. Ma anche qui cosa possiamo dire: sulla Tav ci sono quattro posizioni differenti che contrastano una con l’altra, è assurdo. Per finire occorre scendere a patti con il fatto che la realtà artigiana e della piccola e media impresa è aliena al dna di una larga parte della sinistra che è rimasta, soprattutto al Nord, legata in maniera autoreferenziale al mondo della città industriale, alla fabbrica, al sindacato forte e rappresentativo. I tempi però sono cambiati e i risultati di questo ritardo sono arrivati sotto forma di bocciatura elettorale».
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E adesso pure riso amaro per il governo Prodi dopo la batosta al Nord. Ci pensa Mario Preve, presidente di Riso Gallo, azienda, fiore all’occhiello della pmi, che è riuscita nell’impresa di vendere i suoi chicchi ai cinesi. Dal suo quartier generale, sulla linea di confine tra la Lomellina e il basso Piemonte, Preve dice subito di non essere rimasto sorpreso della debacle elettorale del centrosinistra. «Un tracollo annunciato. Sarebbe stato sorprendente il contrario. La gente è stufa di pagare sempre più tasse. Ed è sacrosanto che si lamenti, Può farlo col voto? Lo fa col voto». C’è poi che il Nord produttivo, specie quello della piccola e media impresa, continua a non trovare ascolto. E quindi bacchetta in cabina. «Come è possibile che il governo continui a ignorare che la nostra economia è retta dalla pmi e non dalle multinazionali? Manca una politica di sostegno all’impresa. E noi, lasciati soli, dobbiamo competere con paesi che hanno una politica industriale lungimirante. Mentre i nostri sforzi vengono vanificati dall’inefficienza spaventosa della pubblica amministrazione, realtà come minimo allo sbando. Che però si succhia tantissimo».
Perciò è del tutto naturale il cappotto elettorale, insomma. «Certo. L’attuale governo guarda con diffidenza e con spregio l’impresa in generale e quella piccola e media in particolare. È troppo forte l’influenza su Prodi dei partiti comunisti, così prevale una visione statalista delle cose». Il numero uno di Riso Gallo vede un esecutivo totalmente privo di visione strategica. «Ma al bene del paese chi ci pensa? Una cosa è certa: andare avanti così fa solo male». Soprattutto perché i vicini di casa corrono. «In Austria si sono messi d’accordo per le 60 ore. Così: due mesi di fila, stop per un mese, quindi si riparte. L’Italia invece è immobile: litigiosità alle stelle e barriere ideologiche insopportabili. Non ha senso. In Germania abbassano le tasse sugli utili di 9 punti e noi le aumentiamo. Altrove il rimborso dell’Iva arriva in tempi ragionevoli, in Inghilterra addirittura dopo quindici giorni. In Italia siamo ancora in attesa del rimborso di tre anni fa. La gente non è mica sciocca, le ingiustizie le vede». E bastona. «Il governo non si è accorto che siamo in un libero mercato? Mah. D’altronde con i comunisti nell’esecutivo non potrebbe essere diversamente. Invidio la Francia di Sarkozy. In campagna elettorale ha detto che ogni tre dipendenti statali che andavano in pensione lui ne avrebbe assunti due. Ripeto, si è pronunciato così prima del voto. Qui una cosa del genere sarebbe impensabile. Invece secondo me chi lo facesse prenderebbe una montagna di voti». E un riso dolce.
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«La mia è un’analisi prettamente marxiana che parte da due ordini di ragioni. Ovvero, la sinistra attuale non capisce i mutamenti strutturali e sovrastrutturali della società. E non mi riferisco alla sinistra cosiddetta radicale, visto che paradossalmente su temi come comunità e territorio Bertinotti si è dimostrato più lungimirante di Prodi». Aldo Bonomi è il sociologo che senza troppi giri di parole dopo la disfatta elettorale della sinistra alle amministrative ha parlato di “secessione dolce” del Nord, un contesto ormai estraneo all’Unione romanocentrica che «pensa ancora che a Sesto ci sia la Falck». Professor Bonomi, dove e quando la sinistra ha perso la bussola rispetto alla cosiddetta questione settentrionale? «La sinistra non ha capito il passaggio dal fordismo al post-fordismo. Per loro la centralità è ancora nella fabbrica mentre ormai viviamo in un mondo di sistemi territoriali con migliaia di piccole e medie imprese e milioni di soggetti impiegati nel sistema dei servizi. Per questo dico che in prima istanza non ha colto il cambiamento strutturale della società». E quello sovrastrutturale? «In questo caso dobbiamo parlare di una vera e propria apocalisse culturale, un qualcosa di pre-politico che risponde al nome di globalizzazione e che ha disarticolato la comunità originaria creando non solo ricchezza e opportunità ma anche spaesamento. Bene, la sinistra non ha colto questo cambiamento del soggetto di riferimento della base, dell’opinione pubblica. Loro ragionano ancora in base alle quattro categorie di riferimento del mondo che fu: il sindaco-imprenditore, le associazioni di rappresentanza, l’impresa e la banca. Il mondo non è più quello. Dal lavoro a vita sia passati alla flessibilità, alle partite Iva, all’autoimprenditorialità».
Mancanza di prospettiva, quindi? «Di più. Ciò che la sinistra non ha saputo cogliere è la tensione che sale dalla società per la mancanza di approdo, per l’insicurezza di un mondo che non offre più l’immagine del futuro. Si naviga in mare aperto e la sinistra parla ancora di fabbrica come centro della società: siamo a dir poco fuori dal tempo. Il fatto è che non tutti lavoriamo allo stesso modo e nello stesso posto, certe analisi rischiavano di apparire stantie già negli anni Ottanta, figuriamoci oggi. Comunque penso che il peccato originale di questa sinistra sia un altro, se possibile ancora più grave». Quale professore? «Hanno letto la loro vittoria alle elezioni come la richiesta del paese di tornare indietro, di scegliere vecchie ricette affinché venissero spazzati via i fantasmi dell’insicurezza. Bene, la gente voleva esattamente l’opposto, non chiedeva uno stato di polizia fiscale alla Visco. Questo è il vero problema».
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Savino Pezzotta, ex leader Cisl, è ancora dell’idea che ha espresso in una lunga intervista di qualche tempo fa al Corriere della Sera. E cioè dell’idea che il Partito democratico nasca come un minestrone in cui l’ingrediente cattolico non debba influire sul sapore complessivo. «No, nemmeno alla luce delle recenti elezioni amministrative troverei altre parole per commentare il quadro politico», ribadisce a Tempi. Col quotidiano di via Solferino, Pezzotta aveva usato un tono muscolare per bocciare senza appello il nascente Partito democratico. «Guardo con preoccupazione alla fine, nel Partito democratico, della cultura del cattolicesimo democratico di matrice sturziana e degasperiana. Non per tirare in ballo Gramsci, ma l’esigenza che in Italia ci sia una presenza organizzata dei cattolici in politica esiste eccome. E mi pare proprio che il Partito democratico, per come si sta costituendo, non dia una risposta», ha detto. E, anche con gli amici popolari e teodem non era stato meno esplicito: «Ho già detto che non entrerò nel Pd e sto a vedere che succede. Mi siedo sulla riva del fiume. Per carità, i miei amici popolari possono rischiare…»; «invito i teodem ad assumere la virtù della prudenza». Uno degli eroi di piazza San Giovanni ribadisce a Tempi che «il mio impegno ideale, anche se oggi non ho alcuni incarico ufficiale perché il mio ruolo di portavoce del Family day si è concluso, è a favore della famiglia. Ci sarà il Dpef e poi la Finanziaria. Staremo a vedere come si comporterà il governo, di certo il 7 gennaio 2008, quando la presenteranno, faremo sentire la nostra voce se le promesse che hanno fatto non sono state esaudite».
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