Le staminali vogliono l’aggettivo
Roma. Dalla sua, Angelo Vescovi, ha un elenco di caratteristiche difficilmente rubricabili con l’epiteto “oscurantista”. O con quello di «killer», vocabolo usato dal Nobel Renato Dulbecco (L’Espresso n. 17) per definire coloro che si oppongono ai biologi faustiani. Innanzitutto, premette, «sono agnostico e taoista»; secondo: «quel che scrivo in questo libro è frutto di anni di studi»; terzo: «la vita inizia all’atto della fecondazione e termina con la morte» («da circa 16 miliardi di anni», chiosa non senza ironia). Quarto: «mi baso su dati osservabili scientificamente, non su supposizioni né interpretazioni». Per questo, conclude, «mi fanno ridere quegli scienziati che mi danno dell’oscurantista. Non sono io quello contrario alla ricerca scientifica. Oscurantisti saranno loro, io sono il progressista».
Vescovi è scienziato di fama internazionale grazie ai suoi studi sulle cellule staminali cerebrali, attualmente insegna Biologia cellulare all’Università di Milano-Bicocca ed è condirettore dell’Istituto per le cellule staminali al San Raffaele di Milano. Venerdì 29 aprile è a Roma, su invito del deputato di Forza Italia Antonio Palmieri, per presentare il suo ultimo libro, La cura che viene da dentro (Mondadori), e non può fare a meno di partire lancia in resta contro il manifesto in cui, testimonial Umberto Veronesi, si invita a votare quattro “sì” ai referendum di abrogazione della legge 40 previsti per il 12 giugno. «Io personalmente ho deciso che non andrò a votare – spiega lo scienziato – e il motivo è lo stesso che mi ha spinto a pubblicare questo volume: la vita va salvaguardata sin dal suo inizio».
Il Foglio ha scritto che la parola “staminali” «vuole sempre l’aggettivo», «e io – prosegue Vescovi – che non sopporto la falsificazione e la disinformazione, mi sono proposto di spiegare innanzitutto cosa sono le staminali, che utilizzo se ne può fare, che differenza intercorre fra le “staminali embrionali” e le “staminali adulte”». «Ancora oggi vige un tipo di informazione a senso unico. Ancora oggi non posso fare a meno di saltare sulla sedia leggendo che “l’embrione è un grumo di cellule” (Nature) o quando mi si presentano le cellule staminali embrionali come la “panacea per tutti i mali”». Vescovi sillaba bene il suo giudizio: «So-no-tut-te-bu-gi-e». Perché «le embrionali non hanno ancora offerto nessun risultato significativo; troppo spesso ci si dimentica di ricordare che si estraggono da embrioni che poi dovranno essere distrutti; si trascura con troppo leggerezza il risultato del laboratorio che, dati alla mano, ci mostra quali insormontabili difficoltà tecniche presentino le embrionali». Dall’altra parte abbiamo le staminali seguite dall’altro aggettivo: “adulte”. «Queste – spiega Vescovi – hanno già dato dei risultati, non pongono problemi etici, non ci obbligano a distruggere nessun embrione».
La schiavitù linguistica
Per nascondere la verità c’è un modo più sottile e astuto che occultarla. è cambiarle nome. «è quello che si tende a fare oggi: pre-embrione, ootide, distinzione tra “persona” e “vita”, staminali “senza aggettivo”… sono trabocchetti linguistici che servono a creare confusione». Mettere la realtà a soqquadro col fine di manipolarla è per Vescovi un modo scaltro per far scivolare l’ideologia fra gli interstizi dell’ignoranza, «ma così si illudono i malati e si governa l’uomo nella stessa maniera in cui si tratta uno schiavo».
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