Le virtù del partenariato

Di Luigi Amicone
31 Luglio 2003
Crisi Ogm, siccità, tensioni nella Casa delle Libertà: la Lombardia di Formigoni supera tutti gli scogli grazie ad un metodo di governo collaudato. E insiste sul federalismo

Roberto Formigoni sta per concedersi qualche giorno di vacanza. C’è un po’ di stanchezza nelle sue movenze dopo la conferenza stampa sull’ennesima iniziativa con cui la Lombardia si è smarcata dalle polemiche mediatiche e da una politica mediocre e pasticciona (in questo caso in fatto di Ogm). Ma si capisce che il Governatore è anche in cuor suo tranquillo e soddisfatto del proprio lavoro. Una serenità politica che non sembra dipendere dai sondaggi (che comunque impalmano Formigoni di un consenso schiacciante tra gli elettori lombardi), ma dai fatti che dimostrano che la Lombardia è la regione traino dell’Italia ormai in ogni settore. La regione, tanto per dirne una, che alla cassa comune dello Stato dà più di quanto non riceva. E che anche in situazioni di emergenza (come quella idrica di queste settimane, che sta mettendo al tappeto il fiume Po e le coltivazioni della pianura padana), non chiede lo “stato di calamità” (cioè soldi allo Stato), ma anzitutto si rimbocca le maniche e affronta il problema attingendo alle proprie risorse, naturali, economiche e del lavoro.
Presidente, a fronte di una politica ministeriale sugli Ogm a “tolleranza zero”, e che la comunità scientifica non esita a definire “ideologica e fondamentalista” (a dire il vero ereditata dall’ex ministro verde Pecoraro Scanio, e dal governo ulivista Amato che nell’agosto 2000 pose il veto via decreto legge alle coltivazioni di ibridi di granoturco, anche se testati, autorizzati e approvati da tutte le istanze politiche, scientifiche e sanitarie europee), la Lombardia ha scelto una linea nuova. Ci spiega perché Formigoni non ha emesso la fatwa della pura e semplice distruzione dei campi cosiddetti “contaminati”?
Abbiamo scelto una linea diversa, pienamente rispettosa della legislazione italiana e quindi del decreto Amato ma anche, come dice lei, non fondamentalista, nel senso che non siamo andati alla distruzione dei campi, perché a noi non piace giocare sulla pelle della gente e strumentalizzare i problemi in chiave propagandistica. Dunque abbiamo operato nel rispetto della norma di legge e, soprattutto, secondo il buon senso. Abbiamo individuato i campi contaminati (che in Lombardia sono meno dell’1 per 1000) e abbiamo deciso che al momento del taglio del raccolto il prodotto di questi campi sarà completamente separato dal resto e destinato alla produzione di bioetanolo o di biomasse, quindi di energia vegetale, sottraendolo all’alimentazione sia umana che animale. Ove non fosse possibile nessuna delle due soluzioni il raccolto di questi campi sarà distrutto e in questo caso i coltivatori saranno rimborsati. Nei primi due casi invece si avrà una valorizzazione alternativa di questo mais e le aziende sementiere si faranno totalmente carico di tale operazione. Voglio precisare che la proposta della Regione Lombardia è stata sottoscritta dalle organizzazioni degli agricoltori e anche dalle industrie sementiere. è il sistema Lombardia nel suo complesso che ha accettato la proposta e che garantisce la purità dei raccolti di mais, separando il prodotto dei campi inquinati con soluzioni assolutamente innovative, ad esempio avviando sperimentazioni sul raccolto dei campi inquinati in perfetta sintonia con il centro delle biotecnologie lombarde e col ministero della Salute. La Lombardia è la più grande regione agricola d’Italia, la più grande d’Europa, il nostro prodotto è assolutamente sano, abbiamo scelto una linea di grande realismo e molto avanzata, queste ricerche sono la conferma che non abbiamo nessun pregiudizio ideologico nei confronti degli Ogm e che d’altra parte non possiamo che attenerci alla legge attualmente vigente in Italia in materia di trasgenico.
Anche il governatore del Veneto ha rifiutato ogni politica di preclusione ideologica ai campi trasgenici e sembra voler seguire l’esempio della Lombardia. Considerando però la disinformazione che impazza in materia di Ogm e la speculazione interessata attorno ai prodotti biologici (che costano il doppio e talvolta sono più nocivi per la salute umana perfino di quelli coltivati con i pesticidi) cosa succederà, secondo lei, nel resto d’Italia?
Ho la sensazione che molte altre regioni seguiranno la nostra via, scevra da ogni pregiudiziale. Nel nostro documento, si riconosce che l’Ogm individuato in Lombardia è assolutamente non dannoso sia per la salute umana, sia per quella animale, sia per l’ambiente, tuttavia è vietato dal decreto Amato. Mi preme di nuovo sottolineare il fatto che questa decisione sia avvenuta di comune accordo tra scienziati, politici e sindacati, Regione, imprese e mondo degli agricoltori. E questo a conferma di come si possano e debbano assumere decisioni, anche delicate, anche difficili, ricorrendo al metodo del dialogo e del confronto.
Cofferati la chiamerebbe “concertazione”…
Noi invece la chiamiamo “politica di partenariato”, che poi è un metodo di affronto dei problemi in chiave di responsabilità condivisa e nel pieno rispetto dei ruoli e delle competenze di ognuno.
Qui in Lombardia abbiamo fatto un patto per lo sviluppo, la prima volta nel ’98, la seconda nel 2001, con 73 organizzazioni del volontariato, dell’imprenditoria, del sindacato, della scienza e via discorrendo. Abbiamo appunto introdotto questo “metodo del partenariato” che ci permette di seguire vie comuni e originali rispetto a quelle di altri. è accaduto nella gestione della siccità, dove a differenza di altre regioni non abbiamo chiesto lo stato di emergenza, non abbiamo chiesto l’intervento dello stato; è accaduto nella gestione della Bse, il cosiddetto “morbo della mucca pazza”, dove siamo stati la prima regione colpita ma anche la prima ad uscirne completamente con un sistema di garanzia scientificamente testato; accade oggi con il problema Ogm.
Recentemente lei ha introdotto addirittura il tema della “bellezza” in politica. E il ministro Urbani l’ha subito seguita a ruota. Come le è venuta in mente questa idea?
Le dico questo: il tema della bellezza è una delle componenti essenziali dell’uomo, è dentro la natura dell’uomo la spinta alla felicità e quindi poichè anche la politica è un’attività dell’uomo mi è sorto spontaneo domandarmi quale fosse il nesso ed affermare che anche la politica deve tendere alla bellezza. Con forme che devono essere tutte esplorate. Però la politica non può non tendere alla bellezza se ha davvero a cuore il bene comune dei cittadini, il bene della società.
Avete introdotto per primi il buono scuola, la riforma della sanità nel senso di un mix tra privato e pubblico (e la gente vi sta dando ragione perché da tutta Italia vengono per curarsi nella sua regione), elementi di riforma e flessibilità del lavoro. Avete inventato nuove e più efficaci forme di lotta alla disoccupazione e siete all’avanguardia sul terreno della formazione professionale e, appunto, nella politica intesa come “partenariato”. Complimenti. Ci sembra che i fatti, non solo la nostra personale stima per il lavoro che state compiendo, siano lì a dimostrare che nonostante l’ostilità e i tentativi di sabotaggio venuti da Roma (indimenticabile il suo braccio di ferro con Rosy Bindi che avrebbe voluto cancellare le conquiste della sanità lombarda), la Lombardia si stia distinguendo da anni per creatività, realismo, slancio vitale, capacità di progresso. Attitudini che non sono poi così scontate in un’Italia che, a fronte dei tanti, seri e gravi problemi che ha, non riesce a liberarsi da una politica mediocre, soffocata da certa opposizione sfascista e certa magistratura irresponsabile, surriscaldata da polemiche pretestuose, corporative e demagogiche. Governatore, non le sembra che anche il governo Cdl si debba dare un po’ una mossa per uscire dalla “siccità” mentale che ultimamente sembra caratterizzare qualche componente dell’attuale esecutivo?
Due osservazioni. La prima: noi qui in Lombardia abbiamo avuto la fortuna di governare insieme dal ‘95 e quindi abbiamo potuto fare una serie di battaglie per spazzar via i residui del passato. Seconda osservazione: le nostre riforme sono tutte state improntate allo spirito e al programma della Casa delle Libertà, quindi c’è una profonda sintonia tra queste e quelle che la Cdl si impegna a fare a livello nazionale. Detto questo, certo, a livello nazionale io colgo un diffuso senso di irresponsabilità, una propensione alle accentuazioni di partito e ad una ricerca della visibilità contro gli altri soci della coalizione. E colgo a volte anche una diffidenza che è un male gravissimo. Vorrei dunque, anche da queste colonne, rivolgere un appello al senso di responsabilità che deve tornare a prevalere. In una coalizione deve sempre prevalere l’istinto unitario. Quando si manifestano problemi – cosa che ovviemente può capitare – c’è però l’obbligo di una ricerca della soluzione interna alla coalizione. Ecco, talvolta mi sembra che manchi proprio questo istinto unitario a Roma, così che l’unità della coalizione tende spesso a ricadere sulle spalle del solo Presidente del Consiglio. Il che è sbagliato. Il Presidente del Consiglio è certamente il garante dell’unità della coalizione, ma non può essere lasciato solo in questo lavoro ogniqualvolta si manifestano problemi e tensioni all’interno della maggioranza. Sottolineo anche che è necessaria questa ripresa perché il decadere dello spirito di coalizione sarebbe esiziale per tutta la Cdl. Nessuno può pensare di salvarsi da solo.
Secondo il Governatore di Bankitalia il Dpef del governo è troppo leggero per un’Italia che, dice Fazio, “rischia il declino”. Lei come valuta il documento di programmazione economica e finanziaria del ministro Tremonti?
Dico che andrebbe ripensato lo stesso meccanismo del Dpef e la stessa necessità di fare a metà anno un documento che per forza di cose non può che essere fatto a grandi linee, perché poi quella che conta veramente è la legge finanziaria. La quale però viene scritta mesi dopo con dati molto più definitivi. Tutte le critiche dovrebbero tenere conto di più di questa osservazione. Alcuni osservatori ritengono che si potrebbe evitare gli anni prossimi questo rito del Dpef estivo. E anch’io mi domando: è utile imbarcarsi in un’impresa dagli esiti incerti al fine del governo del Paese? Dopo di che dico: è un Dpef che viene scritto in una stagione che ha le pesantezze che sappiamo, l’economia americana stenta a riprendere, quella europea è ferma da tempo, il Giappone è in recessione da dieci anni, la Germania da tre, la Francia ha gravi difficoltà. è normale che anche l’Italia attraversi una situazione difficile. Va dunque tenuto conto del contesto internazionale. Per questo certe critiche mi paiono ingiuste. Questo non significa che non vi siano osservazioni da mettere in campo. Noi come Regioni, ad esempio, chiediamo al governo di poter discutere le politiche che ci riguardano. Berlusconi ha detto che la Finanziaria la scriveremo a più mani. Bene, questo è un impegno che mi fa piacere e che voglio sottolineare, perché la parte di Finanziaria che riguarderà le nostre politiche vogliamo esserci anche noi a scriverla.
Bossi non perde di vista la Devoluzione, mentre quando sentono pronunciare questo capitolo delle riforme centristi e An storcono il naso. Forse hanno altre priorità…
Il tema della devoluzione non sta a cuore soltanto a Bossi, la devoluzione interessa alle regioni e ai cittadini, è un impegno assunto e una necessità per il Paese, guai a fermarsi a metà strada. Negli ultimi cinque anni tutti si sono detti federalisti anche se non ci credevano. Ora che abbiamo iniziato un cammino di riforme, tornare indietro sarebbe mandare la barca sugli scogli. Bisogna fare la devoluzione, il federalismo fiscale, il senato federale.
D’altra parte il tema della devoluzione sarà cruciale nel dibattito sulla costruzione dell’Europa. Dove a noi appaiono ben chiare le linee di demarcazione: da una parte quella del commissario Prodi, prona all’asse franco-tedesco, fredda con l’alleato Usa, fortemente statalista, burocratica, centralista e dirigista a immagine della Francia repubblicana e della Germania socialdemocratica; dall’altra la linea dell’attuale presidenza italiana, che piace a Spagna, Inghilterra e ai nuovi partner dell’Est, molto federalista, liberale e filo-americana. è così, Governatore?
Sì, è vero, ci sono queste due linee che si confrontano, anche se poi non bisogna semplificare troppo perché anche all’interno dei singoli paesi vi sono tendenze diverse. Però certamente io ritengo che la storia anche all’Europa indica la via della sussidiarietà, della flessibilità, del federalismo, della valorizzazione delle comunità locali e della società civile. Non dimentichiamo che in tutto il mondo le aree economiche più dinamiche sono aree che hanno l’estensione delle nostre regioni. è lì che si gioca la competizione, non a livello di sistemi Paese, ma a livello di sistemi Regione che siano inseriti in paesi forti.
Elezioni europee nel 2004, regionali nel 2005, politiche nel 2006. L’Italia sta entrando in una stagione di praticamente ininterrottta campagna elettorale. Lei, dopo dieci anni da Governatore, come pensa di mettere in gioco l’esperienza politica maturata al timone della Lombardia? Formigoni tornerà a correre per l’Europa o si prepara all’avventura nazionale, magari candidandosi a successore in pectore del suo amico Silvio Berlusconi?
Per intanto, intendo concludere bene questo mandato e ripresentarmi alle regionali del 2005 per guidare la Lombardia. Questa regione è la locomotiva dell’Italia e il cuore dell’Europa che già c’è e di quella, federale, che verrà. Il futuro dell’Italia si gioca qui in Lombardia. Guardare più in là già ora sarebbe più da scrittori di fantascienza che da uomini politici responsabili.

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