L’eccezionalità di Cristina
Piaghe. Quel che sorprendeva sempre Roberto Merati, responsabile dell’Ostetricia dell’ospedale Ca’ Granda di Niguarda, era che il corpo di Cristina non presentasse piaghe da decubito. «è stata sdraiata su un letto – dice a Tempi – per 78 giorni e non c’era parte del suo corpo che presentasse lesioni cutanee, dai polpastrelli delle dita alla pelle martoriata dalle cannucce che la perforavano, non c’era un centimetro del corpo che apparisse increspato. Le infermiere ogni giorno la giravano e rigiravano, le applicavano olii e pomate, le riaccomodavano la treccia dei capelli. Andavo spesso a trovarla e rimanevo sempre sorpreso di fronte a questa attenzione, a questa cura anche estetica della paziente. Una volta ho chiesto a un’infermiera, che a gran fatica ma con molto delicatezza era intenta a muovere il corpo morto di Cristina, per quale ragione facesse tutto ciò. Mi ha risposto: “Perché se fossi io nelle sue condizioni avrei piacere ad essere trattata così”. Sono sbalordito. Questa capacità di immedesimazione nel dolore altrui è così rara oggi, anche fra le corsie d’ospedale…». Della vicenda di Cristina Nicole ancora si parla nei corridoi del Niguarda. Certamente perché la bambina è ancora ospitata nel reparto di neonatologia, ma certamente anche perché, come ha scritto Claudio Betto, il direttore della Neurorianimazione, al Corriere della Sera Milano: «Talvolta le circostanze eccezionali mettono in luce quello che sfugge nella quotidianità e sono paradigmi che ci costringono a riconoscere la vera e misteriosa natura di cui siamo fatti».
MATRIMONIO IN CORSIA
Cristina è la donna che alle 5,21 del 10 giugno ha dato la vita a Cristina Nicole, bambina nata con il peso di 713 grammi. Al momento del cesareo la madre era clinicamente morta per un aneurisma cerebrale che l’aveva colpita tre mesi prima, una mattina mentre beveva un caffè nella sua casa a Paderno Dugnano. I medici l’hanno tenuta in vita artificialmente fino a farle raggiungere la ventinovesima settimana e quindi s’è proceduto all’intervento, con la nascita della bambina che porta nel nome sia il ricordo della madre sia la sua volontà su come chiamarla. Subito dopo, la donna, cui sono stati espiantati gli organi, è morta, costringendo il marito, Toni, a passare dal miracolo avvenuto in sala parto al dolore dell’obitorio. è lui, un ragazzo molto giovane e riservato, ad aver sempre insistito coi medici affinché la figlia potesse venire alla luce. Ed è sempre lui ad aver voluto “sposare” Cristina quando lei non poteva però rispondergli. S’è presentato un giorno in ospedale vestito bene con un sacerdote e due testimoni. Hanno legato un anello ad un bracciale al polso di lei e hanno pregato. è sempre lui l’autore di quelle parole che al Niguarda sono diventate un po’ il refrain che tutti ripetono per sintetizzare la vicenda: «Mia figlia la devo a Cristina, a Dio e ai medici che l’hanno assistita giorno dopo giorno. La bimba adesso è la mia vita».
UN PO’ DI LATTE TUTTI I GIORNI
è la prima volta che un caso del genere si verifica in Italia e l’undicesima volta nel mondo ed è, secondo le parole del Direttore generale, Pasquale Cannatelli, «un esempio di come lo sforzo medico debba sempre essere a favore della vita». Oggi Cristina Nicole è stata affidata a Stefano Martinelli, direttore della Neonatologia e terapia intensiva neonatale, che spiega a Tempi che «la bambina sta benino. Ha superato le criticità dei primi giorni e pesa 778 grammi. Ha solo delle lievi criticità a livello dell’alimentazione, ma niente che non possa essere classificato come fisiologico per i bambini del suo peso e della sua età». Se all’inizio è stato necessario nutrirla con delle flebo, oggi le infermiere le danno già «piccole quantità di latte, cinque o sei centilitri otto volte al giorno».
Chi ha osservato per 78 giorni consecutivi mamma Cristina è Claudio Betto che, rispondendo a Tempi, spiega: «Perché ci siamo imbarcati in questa vicenda? Per una serie di dati oggettivi: c’era la bambina ed era viva, il padre ci ha chiesto di farla nascere, erano presenti in letteratura altri – seppur rarissimi – casi, avevamo una certa esperienza da poter metter in campo». Betto non ha avuto alcuna titubanza: «La madre era morta, l’encefalogramma era piatto, ma i ginecologi ci dicevano che la figlia era viva. Quindi per noi è stato spontaneo impegnarci perché potesse nascere». Un impegno gravoso, «perché Cristina aveva bisogno di tutto, persino per farla tossire dovevamo affidarci a macchinari specifici». Ma un impegno confortato anche dal fatto di operare per uno scopo «non certo facile, ma sempre chiaro: per la mamma non potevamo fare più niente, ma per la bambina nel suo grembo sì».
Non così chiaro deve essere però stato lo scopo per alcuni commentatori che sui quotidiani hanno criticato la scelta dei medici del Niguarda. La sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa ha visto nell’episodio «un caso esemplare di riduzionismo biologico, in cui si conferma una strana alleanza tra Chiesa cattolica e tecnica. (…) In altri termini, la donna incinta non è solo un utero. Non tenere conto di questo, getta nella pura biologia madri e figli. E le madri, tutte, sono ridotte a corpi gravidi, puro supporto fisiologico». Il filosofo della scienza, Stefano Moriggi, ha invece spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che «la Chiesa cade in contraddizione perché applica due pesi e due misure. Se è consentito, legittimamente, violare la natura in nome di un nascituro, perché non si può fare altrettanto per una vita che sta per finire?». Sulla sterilità fuorviante di tali polemiche hanno messo una pietra sia monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia accademia per la vita («Se non ci fosse stato il bambino sarebbe stata un’attività inutile e sproporzionata. Ma invece c’era un fine»), e il filosofo Emanuele Severino che s’è ritrovato a sottoscrivere le medesime posizioni («Io che pure contrasto tutta una serie di contraddizioni della bioetica cattolica, stavolta non ne trovo»).
LA CURA DELL’UOMO
Aldilà di certi arzigogoli fuorvianti, rimane il giudizio di Martinelli che si dice «toccato umanamente dall’evento e dal fatto che adesso la bambina stia dimostrando una grande volontà di vivere, quasi a voler giustificare tutti i sacrifici che la mamma, il papà e i medici hanno fatto per lei». E Pasquale Cannatelli non trova altre parole se non quelle scritte da Betto per spiegare che cosa il lavoro per far nascere Cristina abbia mostrato a lui e ai medici dell’ospedale: «La storia di Cristina e della sua famiglia, e l’esperienza di chi ne ha avuto cura in questi mesi, insegna che è ancora viva e possibile una medicina che non dimentica il suo scopo: la cura dell’uomo».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!