L’Economist coplisce ancora
“Il trionfo di Prodi”, questo il titolo che l’edizione telematica dell’Economist ha sparato fino alle 22.25 di lunedì sera, forte di un pregiudizio antiberlusconiano e degli exit-poll che per tutto il pomeriggio avevano suonato la carica per l’Unione. Solo alle 22.28 “il più autorevole settimanale del mondo” decideva di cambiare la sua home page scrivendo un più cauto “Elezioni italiane sulla lama del coltello”. Poverini i colleghi della City, ci avevano provato con tutte le loro forze a tirare la volata all’Unione, con una copertina ad hoc nella quale invitavano gli italiani a dire “basta” e “licenziare Berlusconi”. Cinque anni prima lo avevano definito “unfit” a governare: e vinse. Questa volta lo hanno dato per morto e un’altra volta, una toppa. Nemmeno il cambio di direzione, con l’addio di Bill Emmott, è riuscito a risollevare le facoltà divinatorie del settimanale. Già, perché negli ultimi anni il magazine fondato da James Wilson ha infatti confezionato un fallimento dopo l’altro quando si è addentrato in scommesse politiche dirette: sposò la causa delle dimissioni di Bill Clinton e perse, proclamò il trionfo di John Kerry e perse, diede per sconfitta Angela Merkel e perse, dichiarò tramontata la stella di Nicholas Sarkozy e perse, recitò il de profundis di Tony Blair già un paio di volte (Iraq e riforma delle tasse universitarie) e perse. Inoltre quello delle vendite, in crescita negli ultimi anni, è risultato un indicatore “a doppio taglio”: l’Economist è cresciuto ma solo negli Stati Uniti e nel resto del mondo (soprattutto per certe posizioni anti-Bush) mentre in Europa e in Gran Bretagna ha perso terreno, favorendo addirittura una crescita in termini di copie ma anche di autorevolezza politica dello Spectator. E per un giornale nato nel 1843 sotto le insegne dell’Anti-Corn Law e del liberalismo perdere credibilità nella City e nel mondo finanziario non è segnale confortante. Una crisi per due? Può essere, certamente l’epilogo resta tutto da scrivere. A dispetto delle copertine-obituary, che portano molta fortuna al nostro politico “unfit”.
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