Lega Romana
Del federalismo avevano fatto una bandiera, ma poi si torna sempre lì: all’ombra del Cupolone, nelle stanzette dei ministeri, nelle bouvette di Montecitorio e Palazzo Madama, dove si decide tutto: dalla legge elettorale al candidato sindaco di Sant’Omobono. Il dialogo che segue sembra surreale. è invece avvenuto davvero. «Ma insomma, accettate o no la proposta di un rimpasto di giunta?», «Non so, devo sentire Roma, noi non possiamo decidere niente». Non siamo a Ceppaloni, nemmeno a Nusco. Chi rimanda ogni decisione ai palazzi romani della politica non sono spezzoni democristiani in attesa del ritorno della ‘Balena bianca’. Siamo a Milano, capitale morale del Paese, all’ombra del Pirellone, dove si cerca di mettere la parola ‘fine’ all’estenuante braccio di ferro tra il governatore lombardo Roberto Formigoni e il Carroccio dopo le intemperanze non solo verbali dell’ex assessore alla Sanità Alessando Cè attualmente in mora. Gli esponenti politici privi di mandato a trattare sono i responsabili locali della Lega. «La questione è, e deve restare, sui tavoli di Bossi e Berlusconi». A Roma appunto, a due passi dal Colosseo dove i turisti giapponesi si fanno fotografare a fianco di improbabili centurioni con scudo, gladio e Rolex finto. O in quella dependance dei palazzi romani che pare essere diventata Gemonio. Anche questo in via Bellerio è federalismo.
STRAPOTERE CIELLINO?
Non vi stupite se Roma ieri era ‘ladrona’ e oggi no, almeno fino a quando non si accenderà del tutto la sfida elettorale e saranno rispolverati l’armamentario dei paroloni e le parate in camicia verde. Oggi va così e le questioni lombarde si risolvono sul Lungotevere, Lega dixit. Poi tutti dalla sora Lella. Se fosse un film, sarebbe una commedia all’italiana. Ma è molto peggio: un documentario. Tutto sembra cominciare con un’intervista agostana al Corriere della Sera, in cui l’assessore leghista aveva sentenziato che presidente e giunta operavano seguendo poco chiare ‘logiche di potere’, da qui la sospensione dall’incarico in attesa di scuse ufficiali. In realtà le bizze e i distinguo leghisti erano già iniziati dalle prime riunioni di giunta. Poi il clima si è surriscaldato con la Padania, il quotidiano della Lega, a dedicare pagine e pagine alle mire politiche e agli ‘inciuci’ del ‘celeste’ (così i leghisti si riferiscono a Formigoni), allo ‘strapotere ciellino’ in Lombardia, accuse di nepotismo, mappe del potere, liste di proscrizione. Una sorta di nuovo maccartismo che vede ciellini ovunque. Viene da chiedersi il perché di tutto l’odio ‘padano’ per il più ‘lumbard’ e federalista dei politici di centro-destra. Viene da chiedersi anche perché a pochi mesi dal voto politico la Lega stia minando le fondamenta della ‘casa comune’ dei moderati con cui governa il Paese e le uniche due regioni non coinvolte nella caporetto elettorale.
UN PROBLEMA PERSONALE
C’è innanzitutto un problema personale, ma non tra Formigoni e Cè, come sostenuto a lungo. Bensì tra la Lega e Formigoni. Nel senso che la persona, il politico Formigoni, è l’unico ostacolo al disegno leghista, date per perse le politiche, di mantenere in Lombardia una sorta di ridotto della Valtellina e guidare da lì l’opposizione al governo Prodi. Non è un mistero che il Carroccio ritenesse un proprio diritto esprimere il presidente della Regione Lombardia. Già dall’ottobre scorso i tentativi di sostituire Formigoni con un esponente ‘lumbard’ in vista delle elezioni di aprile occupavano le colonne di tutti i quotidiani. Tra accuse al presidente e accordi sottobanco si preparava la candidatura di Roberto Maroni. L’operazione saltò solo perché i sondaggi davano Maroni perdente addirittura contro un candidato della sinistra non certo travolgente come Riccardo Sarfatti. Formigoni restò in sella perché nelle segreterie romane dei partiti ci si arrese all’evidenza che era l’unico che poteva conservare alla Casa delle Libertà la regione più importante d’Italia. Una vittoria che il governatore pagò a caro prezzo: fu costretto a rinunciare a concretizzare in una lista il suo progetto riformista ed ebbe un listino bloccato (quello dei sicuramente eletti) zeppo di leghisti. Ma soprattutto fu costretto ad accettare che l’assessorato alla Sanità (il più importante di tutti) finisse in mano a un uomo di Bossi. Alessandro Cè, appunto.
Gli attriti di oggi, sfociati nella crisi che paralizza l’attività regionale dal momento della sua investitura, sono la logica conseguenza della pretesa leghista sul trentesimo piano del Pirellone che ritiene occupato da un usurpatore. La Lega vuole la Lombardia per non scomparire dalla scena politica e, se non ha potuto averne attraverso il voto la presidenza, allora punta, con l’arma del ricatto, a ottenere un super assessorato di grandissimo peso che raccolga le competenze di Sanità, Welfare e Famiglia (il 80 per cento delle risorse regionali) in mano a Roberto Maroni. O meglio, un ministero, come dice lo stesso Maroni, tanto da diventare una sorta di presidente ‘ombra’. Una logica molto ‘romana’, ma di casa in via Bellerio.
Tutta la querelle fatta di astio antiformigoniano, interviste provocatorie, dichiarazioni di guerra, linciaggi a mezzo stampa con la Padania in stile Pravda, ostruzionismo in Giunta Regionale, Consiglio e commissioni sembrano nascondere questa rivendicazione. La Lega ritiene ‘sua’ la Lombardia per una sorta di investitura naturale e Formigoni insopportabile ostacolo. A suggerirlo non è qualche fedelissimo formigoniano, ma autorevoli esponenti leghisti: «Formigoni governa soprattutto grazie ai voti della Lega» ha affermato perentorio Alessandro Cè pochi giorni fa. Sbagliato: Formigoni governa con i voti dei lombardi. Soprattutto se è vero, come molti sostengono, che i leghisti hanno praticato il voto disgiunto: Lega più candidato della Mussolini, Lega più candidato del Centronisistra. «Sono pronto per la Lombardia», aggiunge Roberto Maroni al quotidiano varesino Prealpina il 4 ottobre e definisce la Regione «obiettivo strategico».
UNA QUESTIONE POLITICA
Ma la questione è, dicevamo, anche politica. Non tanto, o non solo, una questione di equilibri tra partiti, ma proprio di sostanza. La Lombardia, nel decennio formigoniano, ha applicato con decisione il principio di sussidiarietà, sia in senso federalista, valorizzando il ruolo degli enti locali che oggi sono titolari di tutte le competenze che la legge consente di delegare loro, sia nella promozione della società civile, i singoli, le associazioni, le famiglie come soggetti capaci di costruire il bene comune.
Un tema su cui la Lega, pur avendo sottoscritto per due volte (nel 2000 e quest’anno) il programma formigoniano, pare molto tiepida se non proprio ostile. La cosa traspare chiaramente in molte dichiarazioni di esponenti del carroccio: senza scomodare Bossi che nel ’98 si opponeva al rafforzamento del ruolo dei Comuni («aumenta il centralismo» sosteneva in maniera surreale), basta leggere le pagine della Padania di queste ultime settimane per trovare sulla Sanità lombarda considerazioni degne di Rosy Bindi o Romano Prodi. Qualche chicca? «Il male più grosso sono le strutture di proprietà privata convenzionate con il sistema sanitario pubblico locale» (la Padania del 25/9), «L’accreditamento (.) doveva essere una stampella. Rischia di diventare un pilastro della Sanità lombarda al pari degli ospedali pubblici. Pubblico e privato non sono pari: il primo è e deve restare la Sanità lombarda» (Gianluigi Paragone, direttore della Padania sulla Provincia del 7/10), «Era opportuno aspettare di risolvere il caso politico per far fare la nomina del primario all’assessore competente, Alessandro Cè» (Paragone alle agenzie di stampa il 29/9 dimenticando che nemmeno nella Prima Repubblica erano gli assessori a nominare i primari che sono scelti dai direttori generali, professionisti che rispondono del proprio operato).
SE VA MALE COL CENTRO-DESTRA
Ha fatto notare il capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale Giulio Boscagli che «una disistima così profonda nei confronti degli imprenditori lombardi suona davvero strana in bocca ai leghisti. Imprenditori che, non da oggi, hanno messo in piedi e fatto crescere grandi e piccole strutture sanitarie di altissimo livello (come, ma non solo, il San Raffaele, L’Istituto europeo di Oncologia, l’Humanitas)». Eppure forse il problema sta in gran parte lì, in una Lega che è così poco lombarda e così tanto romana da rimpiangere i vecchi baracconi pubblici, dove nessuno risponde a nessuno e le segreterie dei partiti si spartiscono in accordo con i patronati posti e posticini, dove la politica si insinua in tutti gli interstizi della società. Dove, alla fine, pubblico fa rima con statale e magari si diventa direttori di Asl avendo come unica voce degna di nota in curriculum l’aver suonato nella band di un ministro del welfare. Saranno sicuramente molto lontani i tempi (correva il 1995) in cui l’allora vicepresidente leghista del Senato Marcello Staglieno denunciava «la vergognosa operazione spartitoria delle Usl lombarde di cui la Lega si è resa complice con il Ppi, il Pds e con i residuati del Psi», e Romano Prodi, auspicava una candidatura dell’attuale ministro Maroni in Regione Lombardia per il centro-sinistra.
il sospetto fa capolino. Perché?
Forse ci sbagliamo, forse la giunta regionale lombarda e i lombardi tutti non sono ostaggio di giochini romani di retrobottega politico. Forse la Lega è davvero un alleato fedele della Casa delle Libertà e non si appresta a ‘tradire’ in vista delle elezioni politiche, forse davvero Formigoni è un dominus che non sopporta nessuna critica e Cl con i suoi 4 direttori generali su 44 (la Lega ne ha almeno 6) è davvero padrona della sanità lombarda. Forse è davvero così, ma allora qualcuno è in grado di spiegarci perché l’inquilino di un ministero di peso come quello del welfare, a pochi mesi da cruciali elezioni politiche e significativi interventi ancora da varare, dovrebbe mollare tutto per venire a fare l’assessore in Lombardia? A Milano sarebbe considerato quantomeno poco serio. E a Roma?
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