L’egemonia Usa ha bisogno d’Europa

Di Rodolfo Casadei
10 Aprile 2003
Non si tratta di “bilanciare” la potenza Usa, ma di “costituzionalizzarla”. Nell’interesse della pace, serve un’Europa partner convinta di Washington. Parola di Vittorio Emanuele Parsi, politologo in ascesa

Professor Parsi, lei è una vittima collaterale della guerra anglo-americana in Irak: il rinomato teologo Enzo Bianchi l’ha accusata di «irridere la forza del diritto» a causa di un suo commento apparso su Avvenire in cui lei paragonava il diritto ad una «torta alla panna» che viene giù se non c’è la «torta al cioccolato» che la sostiene, e questa sarebbe la forza.
Purtroppo fra le vittime della guerra c’è sempre il rispetto per le idee altrui, che vengono distorte per poter essere meglio ridicolizzate. L’estremismo dei fautori della “forza del diritto” non è meno parziale dell’estremismo di chi crede solo nel “diritto della forza”. Quel che volevo dire io è, anzitutto, che un sistema di diritto funziona solo se contiene la forza che lo fa funzionare. E poi un’altra cosa decisiva. Per farmi capire dai teologi, userò un linguaggio che è a loro più familiare: come gli esseri umani, il sistema internazionale ha un corpo e un’anima, e questi sono il diritto e la potenza. Si tratta di addomesticare la logica della potenza attraverso il diritto, ma questo implica prendere coscienza che la potenza esiste ed è ineliminabile come tale dall’insieme del sistema. Chi sostiene il diritto contro la potenza, sostiene una posizione senza senso, fa solo un esercizio di dialettica destinato a fargli fare bella figura. Per la pace concreta, non fa nulla di utile, anzi.
Dal suo punto di vista, la guerra iniziata da Usa e Regno Unito è totalmente priva di una base di diritto oppure no?
Questa guerra non è legale come sempre non sono legali le guerre che avvengono nelle “fasi costituenti”, cioè in quei momenti storici in cui è venuto meno un vecchio ordine ed è in gestazione uno nuovo. Le “guerre costituenti” rappresentano sempre fasi rivoluzionarie, quindi in cui le vecchie regole vengono violate. Un vecchio ordine è finito, non c’è più corrispondenza fra le regole scritte e non scritte di quell’ordine e la realtà.
Il vecchio ordine è finito o sono gli americani, con le loro decisioni, che l’hanno fatto finire?
Il vecchio ordine è finito nel 1991, quando il mondo è passato dal sistema bipolare ad un sistema unipolare. Bush padre lanciò il progetto di un nuovo ordine mondiale fondato sulla potenza degli Usa, ma non riuscì a portare a compimento quel progetto, perché non venne rieletto. Negli anni successivi gli Usa non hanno avuto una grand strategy. Poi il sogno del nuovo ordine mondiale si è tradotto in incubo l’11 settembre 2001, e gli Usa hanno risposto con una nuova dottrina della sicurezza nazionale. L’Onu attuale è la fotografia di un ordine che non c’è più, l’ordine uscito dalla Seconda guerra mondiale. Con questo non voglio negare all’Onu la legittimità, ma dobbiamo distinguere fra le funzioni che gli enti specializzati dell’Onu hanno svolto e svolgono utilmente negli ambiti della sanità, dell’alimentazione, dell’alfabetizzazione, dei rifugiati, ecc., e la loro azione per quel che riguarda la sicurezza e la pace. Nel primo caso il ruolo dell’Onu è insostituibile, la vita di milioni di persone dipende dall’azione dei suoi enti; nel secondo caso finita la Guerra fredda l’Onu non ha più nessun ruolo da svolgere. Per questo non condivido né l’estremismo di chi vorrebbe abolire l’Onu perché non funziona, né quello di chi vorrebbe dare all’Onu i pieni poteri politici.
E quindi come dovrebbe essere riformata l’Onu, una volta finita la guerra in Irak?
Va portato fuori dall’Onu ciò che l’Onu in quanto tale non può efficacemente trattare: i problemi della guerra e della pace. Questi vanno trattati dalla comunità degli Stati, che è una realtà più antica dell’Onu, perché esiste sin dal 1648, cioè dalla pace di Westfalia. Dobbiamo salvare l’Onu per quel che riguarda le attività umanitarie e la cooperazione allo sviluppo, e riorganizzare la comunità degli Stati tenendo conto che è finita la Guerra fredda e che c’è stato l’11 settembre. Questa nuova organizzazione deve essere centrata sul riconoscimento dell’egemonia che gli Stati Uniti, in quanto paese più potente di tutti, esercitano, e sulla “costituzionalizzazione” di questa egemonia, cioè sulla sua limitazione. Cosa intendo dire? Pensiamo al mondo nel 1945: gli Stati Uniti avrebbero potuto imporre la loro egemonia senza limiti, invece scelsero di limitare il loro potere attraverso le istituzioni multilaterali che furono create. In questo modo limitavano di loro iniziativa il loro potere per rassicurare gli altri paesi, e conseguire così maggiore stabilità per tutti. Oggi abbiamo bisogno che gli Stati Uniti tornino a ragionare in questi termini, ma anche gli altri paesi devono saper ragionare: creare delle istituzioni con l’obiettivo di bloccare gli Usa sarebbe una vera sciagura; non servirebbe a diminuire le minacce di guerra, ma ad aumentarle. Ripeteremmo l’errore della Società delle Nazioni, un’istituzione pensata per paralizzare i più forti, e che proprio per questo ha spalancato la strada alla Seconda guerra mondiale. Che l’errore seduca oggi tanti, dipende dal fatto che siamo diventati totalmente incapaci di “pensare” la guerra. E proprio perché non sappiamo pensare la guerra, passiamo da una guerra all’altra. Idealmente la guerra va espunta dalla storia, ma nella realtà la guerra esiste e l’obiettivo realistico è di ridurla.
Allora lei non si riconosce in questa affermazione di Sergio Romano, contenuta nel suo Il rischio americano: «Ogni grande potenza si spinge sino all’estremo confine delle sue possibilità e si arresta soltanto là dove trova una resistenza capace di tenerle testa».
Non sono d’accordo perché questo concetto non riflette l’esperienza storica. Dopo la Seconda Guerra mondiale abbiamo vissuto un duplice regime di pace: una pace basata sull’equilibrio della forza fra Usa e Urss e una pace egemonica americana all’interno dell’Occidente. La prima è stata una pace fondata sulla deterrenza, sull’equilibrio del terrore, la seconda una pace basata su di un’egemonia costituzionalizzata, cioè gli Usa hanno scelto di autolimitare la propria potenza. Perché la logica dell’autolimitazione attraverso istituzioni internazionali appariva vincente in termini strategici. Invece la logica del “bilanciamento” di cui oggi si parla è totalmente utopistica e molto pericolosa per la pace. Chi dovrebbe bilanciare il potere americano, una superpotenza islamica? Oppure la Cina? Dobbiamo augurarci che i nemici mortali dei valori occidentali diventino tanto forti da bilanciare la potenza americana? Qualcuno dice: l’Europa deve diventare una superpotenza che bilancerebbe lo strapotere americano. Ma bilanciare significa disporre di una forza, anche militare, puntata contro la forza altrui. Vogliamo contrapporre le armi europee a quelle americane, vogliamo un’aggressività europea nei confronti degli Usa? Mi sembra una follia. L’unico obiettivo praticabile è riportare la potenza americana in un ambito costituzionalizzato, da estendere progressivamente al di là dell’Occidente. Coi paesi extraeuropei va fatto quello che si è fatto con la Russia: convincerli a passare dal ruolo di sfidanti a quello di partner.
E la dottrina di Bush della “guerra preventiva”, può essere costituzionalizzata pure quella?
No, ma per ragionare dobbiamo capire da cosa è nata. All’indomani dell’11 settembre gli americani si sono chiesti: “perché la nostra enorme potenza non è bastata a difenderci da un attacco come questo, al cuore del nostro paese?”. E la giusta risposta che si sono dati è che la mera forza, senza una dottrina politica che determini il suo uso, non serve a niente. La “guerra preventiva”, una concezione strategica che era gà stata formulata in passato, è stata adottata come la dottrina migliore per l’uso della forza americana nell’interesse della sicurezza nazionale. Se ci sta a cuore davvero la pace, non possiamo limitarci a criticare questa dottrina come illegale e pericolosa, dobbiamo aiutare gli Usa a elaborare una dottrina alternativa. E il contributo più grande che possiamo dare in questa direzione è rafforzare l’Unione Europea non per contrastare gli Usa, ma per esserne i partner: questo farebbe sentire gli Usa più sicuri e perciò meno inclini all’uso effettivo della forza. La superpotenza solitaria è esposta ai pericoli e diventa pericolosa per gli altri. Una “coalizione dei volonterosi” attorno agli Stati Uniti non più solitari sarebbe percepita, anche all’esterno, come un’opportunità e non come una minaccia. Ma questa idea di partenariato implica che l’Europa sia disposta a pagare un prezzo. Faccio un esempio. Noi possiamo essere convinti che la strategia Usa in Medio Oriente sia sbagliata, che affondare i regimi arabi più ostili a Israele per riavviare il processo di pace abbia conseguenze perverse anziché virtuose. Ma se non c’è un piano europeo alternativo, la nostra posizione è astratta. Solo se abbiamo un piano, se siamo disposti a mandare i nostri soldati a sorvegliare i confini fra i due stati di Israele e Palestina, possiamo spingere gli Usa a ragionare.
In un suo editoriale su Avvenire lei ha scritto che l’allentamento dei rapporti transatlantici mette in pericolo l’unità europea. Perché?
L’unità europea ha preso corpo entro la pace egemonica americana, e non era pensabile né tanto meno realizzabile senza di essa. Contrapporre paesi “filo-americani” e paesi “europeisti” è il più grande errore commesso nell’ambito della Ue nei giorni della crisi irachena, perché travisa completamente la realtà delle cose. L’identità europea è fragile e delicata. Può emergere soltanto in presenza di una potenza che schiaccia sul fondo la potenza, le ambizioni e la sovranità politico-militare dei singoli paesi europei, e perciò permette alle ragioni dell’unità di emergere. Questa potenza è la potenza degli Stati Uniti. Questo punto l’hanno perfettamente capito Blair, Aznar e Berlusconi, mentre Chirac si colloca sulla sponda opposta: è convinto che per far emergere l’unità europea bisogna togliere l’egemonia degli Usa. Ma gli danno torto i fatti: non appena è stata messa in discussione la leadership degli Usa in Europa, sono riapparsi i contrasti fra gli interessi nazionali dei vari paesi. Ricordiamoci di ciò che ha vissuto l’Europa quando l’egemonia statunitense non esisteva, non dimentichiamo le lezioni della storia. Il nostro interesse è il partenariato con gli Usa, non il bilanciamento.

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