Leggi McCarthy, poi nascondilo

Di Berlicche
20 Settembre 2007

Mio caro Malacoda, ti vorrei meno rozzo nei tuoi tentativi di traviamento. Soprattutto meno schematico. Non tutto ciò che proviene dal mondo “cattolico” è necessariamente malvagio (cioè contrario alla nostra causa). Non tutto ciò che è prodotto dal pensiero laico, ateo, agnostico, anticlericale ci è utile. Anzi, l’anticlericalismo è una formidabile arma di cui spesso si fa forte il Nostro Nemico per difendere il popolo dai chierici. Mi piacerebbe intrattenerti sull’uso profittevole dei chierici, ma non divaghiamo. Questa settimana ti vorrei consigliare un libro che avrai il buon gusto di leggerti, ma di non consigliare a nessuno. È il classico caso di uno scrittore non cattolico che scrive il libro più religioso che mi sia capitato di leggere nell’ultimo anno. Noi, si sa, ci nascondiamo nei dettagli, il Nostro Nemico trova il modo di nascondersi nell’essenziale, nel cuore dell’uomo, di restarvi celato a lungo e di emergere improvviso, ma in modo sempre discreto, dopo anni. Il libro in questione si intitola La strada, è di uno scrittore americano, Cormac McCarthy, che vive a El Paso, in Texas. Gli piace la frontiera, forse gli piace perché è violenta, disperata. Forse perché la frontiera gli ricorda il fronte, la guerra, il limite, l’abisso, l’angoscia. Forse non gli piace, ed è per questo che la racconta. So che non dovrei dirlo, ma scrive da Dio. Non nel senso banale che scrive bene, ma nel senso della Bibbia, di certe pagine della Bibbia. Con quella stessa potenza descrittiva per cui tu leggi la descrizione di un paesaggio e ti si ghiaccia il cuore, poi leggi un dialogo e il ghiaccio si scioglie, perché c’è dentro il fuoco. Il fuoco è il vero protagonista di questo romanzo, dovrebbe essere il nostro elemento, ma non è un fuoco che possa piacerci.
Ce la caveremo vero papà?/ Sì. Ce la caveremo./ E non ci succederà niente di male./ Esatto./ Perché noi portiamo il fuoco./ Sì. Perché noi portiamo il fuoco.
Il papà è “l’uomo” di cui non sapremo mai il nome, che viaggia insieme al “bambino” verso sud, in un mondo ridotto a cenere e rovine, cercando luce e calore. Il pericolo più serio che incombe su di loro è quello di incontrare qualcuno. Qualcuno da cui difendersi, pena la vita. Per l’uomo. Qualcuno da aiutare, a costo della vita, per il bambino. Uno in effetti lo aiutano. Il padre non voleva, e glielo dice.
Dovrebbe ringraziare lui, sa, disse l’uomo. Fosse per me non le avrei dato niente./ Perché l’ha fatto?/ L’uomo guardò il bambino e poi guardò il vecchio. Lei non lo capirebbe, disse. Non sono sicuro di capirlo neanch’io./ Forse crede in Dio./ Non so in che cosa crede./ Gli passerà./ No, non gli passerà.
“Non gli passerà” si può dire di una malattia che porta alla morte, o di un anticorpo che tiene in vita. Un fuoco dentro un bambino che piange per la sorte del ladro di tutti i loro viveri, che hanno raggiunto e lasciato nudo in mezzo alla strada nevosa.
Non tocca a te preoccuparti di tutto./ Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. Cosa?, disse./ Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. Sì, invece, disse. Tocca a me.
Caro nipote, quando un uomo che ha ucciso per difendere suo figlio, che ha rischiato di annegare per procurargli del cibo, che l’ha vegliato di notte allungandogli la mano sul costato per sentire se era ancora vivo. quando un uomo così alla domanda del bambino: «Qual è la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto?» risponde sputando catarro e sangue: «Alzarmi stamattina», hai un bel dire che è disperato. Chi si rialza non fa per noi.
Tuo affezionatissimo zio    Berlicche

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