«LEI E’ IL MIO MARITO», MA SOMMANDO LE MADRI NON SI FA UN PADRE

Di Mormando Federica
21 Aprile 2005

«Lei è mio marito» dichiara Terry a chi eccepisce la presenza di Tina durante il parto. Terry e Tina sono “compagne”. Non come gli amici di Peppone, ma nella vita. Terry ha effettuato un’inseminazione artificiale e ha partorito Michele. «Abbiamo diritto ad avere un figlio. La legge che vieta la fecondazione eterologa toglie alle coppie omosessuali ogni possibilità di avere figli», dice Tina. E, sempre lei: «I figli di coppie omosessuali sono persone normali, senza problemi in più».
Che non sia un problema che una donna dica “è mio marito” di un’altra donna, mi par curioso. Visto che marito è un essere di genere maschile, cioè con un gamete XY. Le prime a non sganciarsi dal concetto tradizionale di famiglia, pur tradendolo profondamente, sono proprio loro, tanto da non saper proporre altra soluzione e definizione a un’unione che matrimonio non è. Credo che le coppie gay debbano trovare un contratto ad hoc, senza rubare il nome a un’istituzione diversa, pretendendo di cambiarla. Già questa pretesa, che indica un disagio nel riconoscimento dell’importanza del matrimonio in quanto tale, nuocerà al bambino, che non nasce in una struttura sociale chiaramente alternativa alla famiglia, ma in una famiglia anomala. Una famiglia con una madre, con un padre biologico che ha donato un seme ma non si saprà mai chi sia e una donna che vuole essere un “marito”.
Dobbiamo ammettere che la confusione non fa mai bene, soprattutto nella prima infanzia. La mancanza del padre è un altro fattore che positivo non è. Nella relazione col padre si forma il rapporto con l’uomo per le bambine e col modello maschile per i bambini. Vero che il padre può essere pessimo o violento o stupratore ma non credo si vogliano far paragoni coi peggiori padri della società. è comunque sempre meglio per un bambino avere un termine di paragone discutibile o da rifiutare che non il buco nero di un’assenza totale.
E senza padre, anche la madre un po’ manca. Perché madre e padre sono in relazione tra loro. Questo bambino avrà una donna che l’ha partorito e lo crescerà, che non ha rapporti con un maschio e quindi non può fornire un modello genitoriale completo. Chiaro che alle difficoltà nella formazione dell’identità si aggiungeranno quelle del confronto con i pari. Che dirà il bambino a scuola? Quella è mio padre? Il linguaggio della sua famiglia sarà incomprensibile per i suoi compagni. Ci saranno i problemi, ci saranno. Come quelli di tanti bambini nati da un papà e una mamma con i gameti giusti? No, problemi diversi. E se la caveranno? Forse sì, l’essere umano sa essere forte e intelligente. E sa anche vivere nonostante profondi disturbi e ferite. Anche se il narcisismo dei grandi giunge a far nascere figli per soddisfare esigenze proprie, in contrasto con quelle dei bambini, in situazioni che alle difficoltà imprevedibili della vita ne aggiungono di gravi, volute ma negate. Perché il vero egoismo, di solito, lo si agisce, ma non lo si dichiara. E questo creerà dei problemi in più al bimbo Michele, che farà senz’altro fatica a imparare a distinguere fra amici buoni e meno buoni.
Federica Mormando, psichiatra

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