L’Elefante, Hobbes, Pino (e un nuovo Editto fra laici e cristiani)

Di Emanuele Boffi
21 Luglio 2005
LA LIBERTà DI COSTANTINO IL "GRANDE" E LA POLVEROSA TOLLERANZA DEI GIACOBINI. LONDRA, LA COSTITUZIONE EUROPEA, GIULIANO FERRARA.PARLA DON STEFANO ALBERTO, CHE SIEDE SULLA CATTEDRA CHE FU DI DON GIUSSANI E CHE DIALOGHERA' COL DIRETTORE DEL FOGLIO A RIMINI

«Come diceva don Giussani non ci faranno sbranare dai leoni, ma ci toglieranno la libertà d’associazione, la libertà di costruire, di educare, di andare in missione». Mentre parla don Stefano Alberto è circondato dal baccano di giovani universitari che brigano, chiacchierano, perdono tempo, si filano, riportano – con pennarelli dalla grossa punta su enormi cartelloni che poi esporranno all’entrata dell’ateneo – le parole del comunicato di Comunione e Liberazione sui fatti di Londra («dobbiamo rispondere a quest’attacco del nichilismo fondamentalista – dice il sacerdote – con la ragione e la libertà, cioè la capacità di amare l’altro, altrimenti opporremo violenza a violenza»). Intorno alla sua sagoma s’apre l’aula san Giovanni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, locale-ritrovo-quartier generale dei ciellini che hanno in don Alberto – ma nessuno qui lo chiama così, per tutti è “Pino”, spesso nemmeno preceduto da un reverenziale “don” – la loro guida e punto di riferimento.
In Cattolica don Pino siede sulla cattedra di Teologia che fu di monsignor Luigi Giussani e il 25 agosto si accomoderà su un’altra cattedra a fianco del direttore del Foglio, Giuliano Ferrara («Cosa mi piace dell’Elefantino? Come usa la ragione. Lo sbeffeggiano con la storia dell’ateo devoto? Balle. Ciò che ci accomuna è un uso della ragione aperta alla realtà»). Se voleste chiedere a don Pino che cosa intenda con quest’ultima frase, non avanzate la domanda: “Quando parla di ‘realtà’ e ‘ragione’, a quali valori si riferisce?” perché potrebbe – poco devotamente e molto laicamente – tentennare la punta della scarpa per farvi intendere come e in quale paese intenderebbe spedirvi. «Non parlo di valori, ma di criteri. “Valori” è parola da evitare. è ormai così inflazionata che s’annacqua da sola nella mentalità dominante. La ragione è lo strumento per prendere coscienza di ciò che c’è, in tutti i suoi fattori, in tutte le sue pieghe. Anche in quell’aspetto, all’apparenza più lontano eppure ineliminabile, che è il mistero. La ragione, se è tale, deve riconoscere che c’è un fattore non riconducibile a una sua misura geometrica. Infatti la vetta della ragione è il riconoscimento di questa possibilità, infinita e indistruttibile. Di Ferrara mi piace il fatto che è veramente laico perché non cancella dalle possibilità infinite questa infinita possibilità».

CHRISTIANIS ET OMNIBUS
La grande mostra del Meeting di quest’edizione è dedicata a Costantino il Grande (cfr. pag. 74), l’imperatore che con l’Editto del 313 di Milano concesse «christianis et omnibus – spiega don Pino – non solo la tolleranza, che già era compresa nell’editto di Serdica (311) che aveva posto fine all’ultima grande persecuzione dei cristiani di Diocleziano, ma la libertà di coscienza, di religione. Non una concessione dell’Impero, ma il riconoscimento di una libertà originale della persona». Per il docente di Teologia vi è nella vicenda di quei secoli una suggestione valida per la contemporaneità: «Lo Stato, riconoscendo un’altra istanza originaria, stabilisce con essa un rapporto, che potrà poi essere di collaborazione o dialettico, ma è un rapporto con altro da sé. Certo, siamo ancora a uno stadio embrionale, ma è in quell’evento che si vede in nuce la prima vera distinzione tra potere religioso e potere mondano. è il primo riconoscimento che “quest’altro da sé” debba godere di una libertà espressiva di popolo, attraverso forme associative, educative, missionarie». Pur essendo passati circa 1700 anni, «la posizione della Chiesa, su tale distinzione, non è cambiata. Lo ha ribadito Benedetto XVI al presidente Ciampi nella sua visita al Quirinale il 24 giugno scorso quando ha ricordato le parole della Gaudium et spes: “La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane”».

SOBRIETA’ DEMOCRATICA
Invece, oggi, tra streghe cattoliche bruciate nei roghi del Parlamento europeo, carte costituzionali senza radici cristiane e accuse ai fedeli di cattiva cittadinanza, pare che per certi laici tutto si possa tollerare tranne «la realtà di un popolo. Perché la non indicazione delle radici cristiane nella Carta europea non è solo un problema storico, ma è l’indizio di una volontà che nega deliberatamente l’esistenza e la vitalità di un popolo cristiano».
In periodo di dibattito culturale referendario sulla legge 40 a Gustavo Zagreblesky non è parso fuori luogo, a proposito della scelta astensionista della Conferenza episcopale, ricordare su Repubblica che «John Locke negava ai cattolici romani il diritto alla tolleranza proprio per la loro non integrabilità in un comune vivere civile». E Stefano Rodotà, sul medesimo quotidiano, si allarmò perché «ci troviamo in bilico tra Stato democratico e Stato etico, tra libertà e autoritarismo» e perché «la via corretta per la tutela giuridica dell’embrione non è quella dell’orgoglio ideologico, ma quella delle sobrietà democratica». Ma tale “sobrietà democratica” è per don Pino la semplice e balorda riproposizione in bello stile «di una mentalità giacobina che ci vorrebbe tutti assogettati ad un moderno cuis regio eius religio». Cioè cittadini che, come nelle clausole della pace di Augusta (1555), professino la religione di chi detiene la sovranità, oggi in mano a euroburocrati «che vorrebbero spiegarci chi è Dio» o a editorialisti – perdipiù presidenti della Consulta – che negano «il diritto, cioè il contenuto di giustizia fra me e te». Carlo Flamigni, volendo spiegare perché l’embrione è “qualcosa di molto importante” e non “qualcuno”, arrivò ad affermare che «la vita inizia quando la donna decide che è iniziata». «E così – dice don Pino – anziché riconoscere un rapporto in atto fra la mamma e il bambino, si termina per imporre il proprio punto di vista, infischiandosene della mamma, del bambino e della realtà».

CHE COSA FA LA LEGGE
Ecco, dunque, perché, «Costantino è “Grande”. Perché l’imperatore riconobbe un rapporto “nativo” tra l’uomo e Dio e la libertà da parte dell’uomo di potersi associare e affidare a una comunità – la Chiesa – capace di introdurlo alla verità di se stesso». Tutto l’opposto delle modernità, «costruita sulla massima hobbesiana “Auctoritas non veritas facit legem” secondo cui è lo Stato a decidere ciò che è vero e giusto». Oggi, più che una Carta, l’Europa avrebbe bisogno di un nuovo Editto. Forse servirebbe un nuovo Costantino.

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