L’elzeviro, la “cattedra laica”
Il 9 dicembre del 1901 va in scena la prima assoluta della Francesca da Rimini di D’Annunzio, interpretata da Eleonora Duse. L’evento è attesissimo. Alberto Bergamini, direttore del Giornale d’Italia, decide di dedicargli uno spazio inusitato. La pagina tre dell’edizione dell’indomani è occupata completamente da quattro articoli sull’avvenimento. L’idea ha successo. Da allora, quello spazio viene destinato stabilmente a una parentesi culturale fra gli intrighi della politica e il noir della cronaca: è nata la leggendaria “terza pagina”. Scendono in campo i pezzi da novanta della cultura nostrana. In breve il modello si diffonde anche sugli altri quotidiani. Per mezzo secolo abbondante la “terza” (peculiarità italiana, sconosciuta all’estero) diventerà crocevia di ogni polemica artistica, letteraria, di costume. Ponte fra l’accademia e il più vasto pubblico dei quotidiani. Secondo Sergio Solmi avrà addirittura, durante il fascismo, il merito di tener desto qualche anticonformismo altrove sopito. Più prosaicamente, Emilio Cecchi annotava che «per molti di noi è stata la sola forma di “borsa di studio” che ci è stata accessibile». Re della “terza” è l’elzeviro. Due colonne in apertura in cui le penne più brillanti delle patrie lettere duellano a volte amabilmente, a volte con inchiostro al vetriolo. Unica condizione: che sia “prosa d’arte”: «la terza divenne effettivamente, come si è detto non senza una certa enfasi, la “cattedra laica” delle belle lettere». Beppe Benvenuto ne racconta la storia con il suo consueto piglio scanzonato: una scorribanda briosa e mai banale attraverso un secolo di cultura (mentalità, storia, politica… ) del Belpaese, colta attraverso il punto di vista privilegiato delle mitiche due colonne.
Beppe Benvenuto, Elzeviro, 192 pp. Sellerio, euro 13,00
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