L’energia che conviene
Da molto tempo ormai si parla di incrementare l’uso di energia proveniente da fonti rinnovabili. Si tratta di quell’energia che viene prodotta non mediante l’uso di idrocarburi o carbone (fonti non rinnovabili), ma dal sole, dal vento, dal flusso idrico, dal calore della terra che non si consumano nel produrre energia, e dalla massa vegetale non fossileche si riproduce in cicli brevissimi. Questa scelta ha varie motivazioni, soprattutto di ordine ambientale (nessuna emissione inquinante, nessuna attività di raffinazione, niente rifiuti pericolosi da smaltire), ma anche politico (nessuna dipendenza dall’estero, diminuzione dell’importazione di energia, costo del combustibile zero o tendente a zero, nessun rischio di esaurimento delle risorse). Come sempre avviene, però, anche l’uso delle rinnovabili ha controindicazioni: tra queste la limitatezza della produzione possibile (per produrre tramite energia solare l’elettricità che consuma Milano, per esempio, bisognerebbe coprire di specchi l’intera Lombardia), e i costi, che attualmente sembrano essere superiori a quelli dell’energia prodotta usando fonti tradizionali. Ho detto “sembrano”, e non a caso. Infatti, se vogliamo valutare in modo completo i costi che il kilowatt determina in funzione della sua origine, non è sufficiente sommare i costi della produzione: occorre anche misurare i costi indiretti che il processo determina.
Per esempio, per un kilowatt prodotto in un impianto tradizionale, ai costi della produzione vanno aggiunti i costi relativi agli interventi sanitari necessari per effetto delle emissioni prodotte dalla centrale, quelli relativi alle ore di lavoro perse per gli stessi motivi, e così via. Possiamo quindi affermare che la produzione elettrica da fonti rinnovabili è già da considerarsi conveniente, soprattutto se teniamo presente che alle citate esternalità economiche e sociali dovremmo aggiungere quelle di carattere politico, che richiedono ogni giorno maggiore attenzione (vedi i problemi del gas). Il solo conto economico risulterebbe chiaro da una contabilità che fosse realmente ambientale; ma un tale tipo di contabilità non esiste nel nostro ordinamento, né nella cultura dei nostri economisti. Perché allora non incrementiamo la produzione di questo tipo di energia, che oggi rappresenta meno del 15 per cento di quella prodotta in Italia? Lo spazio non consente di dare risposta qui, ma ci torneremo. Per ora basti il famoso: “Video meliora proboque, deteriora sequor” (Vedo e approvo ciò che è meglio, ma seguo ciò che è peggio).
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