L’equivoco parigino

Di Arrigoni Gianluca
16 Dicembre 2004
Nella cultura politica francese la democrazia è usata contro l’individuo e la sua libertà. L’America è criticata sia per invidia, sia perché liberale. Parola del grande saggista Jean-François Revel

Può dirci quali sono le sue riflessioni sulle tensioni transatlantiche che hanno recentemente opposto antichi alleati, in particolare quelle fra Francia e Stati Uniti?
Stati Uniti ed Europa fanno parte della stessa civiltà. Le differenze culturali, morali o religiose che ci sono tra gli Stati Uniti e la Francia sono paragonabili a quelle che separano l’Italia e la Francia. Sulla contrapposizione tra Francia e Stati Uniti incide molto il fatto che la Francia tiene molto a quello che chiama il suo rayonnement (“irradiamento”) culturale, che sarebbe vittima della potenza americana. I francesi sbagliano, perché da un punto di vista puramente culturale, della cultura “pura” come la letteratura, i grandi autori francesi, o italiani, come gli autori americani, sono letti in tutto il mondo. Quando si dice che l’inglese è una lingua universale, si parla dell’inglese utilizzato come strumento estremamente sommario di comunicazione o di lavoro, che di per sè non significa una conoscenza della cultura o della letteratura americana. Invece, chi impara l’italiano, il francese o lo spagnolo non solo studia in modo più approfondito la lingua, ma anche la cultura, la letteratura, l’arte. Quella che viene definita come la potenza culturale degli Stati Uniti si manifesta in particolare attraverso le soap opera televisive o attraverso i giornali. L’International Herald Tribune è letto nel mondo intero e così non è della Stampa, del Monde o del Figaro.

E per quel che riguarda le tensioni politiche?
Dal punto di vista politico, è una lunga storia. Nel XIX secolo la Francia aveva un rayonnement universale, politico e strategico, che oggi non esiste più. A causa della I e della II Guerra mondiale l’Europa e la Francia hanno perso questa influenza universale a favore degli Stati Uniti.
Questo, in Francia, genera frustrazioni, a destra e a sinistra.

Queste frustrazioni aiutano a spiegare anche il rifiuto del modello liberale, rifiuto così presente in Francia soprattutto tra i dirigenti politici e i commentatori, che siano di destra o di sinistra?
I gaullisti non sono mai stati liberali. La Francia gaullista degli anni Sessanta è una specie di Unione Sovietica che ha funzionato, grazie a un compromesso tra destra e sinistra nella strutturazione di un’economia pianificata con qualche spazio lasciato al settore privato. Per molto tempo, e in gran parte è vero anche oggi, tra i gaullisti c’è stato un consenso favorevole ad un’economia amministrata e il disprezzo per il liberalismo “anglosassone”. Qualche anno fa Jacques Chirac aveva rifiutato l’etichetta di “liberale” nel timore di essere assimilato a Ronald Reagan! Non importava che gli otto anni della presidenza Reagan potessero mostrare un eccellente bilancio, con l’avvio di un innegabile dinamismo economico e la creazione di milioni di posti di lavoro. Ed è la stessa cosa per Margaret Thatcher. Anche per lei, come Reagan simbolo dell’odiato “liberalismo”, poco importa che sia riuscita a rimettere in piedi l’economia di un paese in declino e che abbia portato il tasso di disoccupazione al 5 per cento mentre noi, in Francia, esultiamo quando la disoccupazione è al 9 per cento. A sinistra, non dimentichiamo che il Partito socialista francese è stato l’ultimo al mondo, nel 1981, a programmare la nazionalizzazione quasi integrale dell’economia di un grande e prospero paese come la Francia, quando tutti gli altri facevano il contrario, anche a sinistra, come Mario Soares in Portogallo, Felipe Gonzales in Spagna o Helmut Schmidt in Germania. Questo detto, non credo che la Francia sia un paese fondamentalmente ostile al liberalismo. Alcuni pensatori francesi sono stati, al contrario, tra i fondatori di questa corrente: Montesquieu, o Turgot, per esempio, che è stato uno degli ispiratori di Adam Smith.

Questo, e forse anche la globalizzazione, hanno spinto i differenti governi francesi, compreso quello della gauche plurielle di Lionel Jospin, a privatizzare e ad aprire almeno in parte l’economia francese. Come spiega allora questo paradosso, con un liberalismo che si impone quasi come una necessità proprio mentre sembra essere il bersaglio preferito, insieme agli Stati Uniti, di un disprezzo piuttosto generalizzato?
L’autonomia dell’economia, oltre ai vantaggi che procura, è la condizione della libertà del cittadino ed è il fondamento dello Stato giusto, concentrato sui suoi obblighi che non deve trascurare per usurpare delle attività che sono al di fuori delle sue capacità. Questo rigetto del libero mercato e della libera iniziativa nasconde un rifiuto più o meno esplicito della democrazia. Esiste nella tradizione politica francese, di destra come di sinistra, una tendenza a non accettare la democrazia che nella misura in cui diminuisce l’individuo, per esempio con delle imposte troppo pesanti, che è il modo migliore per ridurre l’individuo all’impotenza. Oppure con uno Stato che fa prevalere le sue decisioni collettive su tutte quelle che normalmente dovrebbero essere dell’individuo. I francesi sono convinti che la prevalenza dell’individuo e del mercato non possono portare che ingiustizia e disordine, e anche quando le decisioni dello Stato si rivelano disastrose lo si considera come un male minore. Confondere l’interesse generale con l’interesse dello Stato onnipotente, e quindi con l’interesse di chi in un modo o in un altro riceve da quello Stato dei privilegi, rimpiazzare le disparità che risultano dalla competizione tra gli individui con quelle che sono artificialmente create dallo Stato, questa è l’idea che i francesi si fanno dell’uguaglianza. È un dato profondo della cultura francese, che fa accettare le ineguaglianze quando sono decretate dal potere ma non quando risultano dal libero confronto tra gli individui. La democrazia francese, in questo suo modo di ridurre ai minimi termini l’iniziativa individuale, ha degli effetti sulla società molto simili a quelli dei regimi autoritari. L’individuo, ecco il nemico!

Senza dimenticare gli americani…
La principale funzione dell’antiamericanismo era, e rimane, quella di denigrare il liberalismo nella sua principale incarnazione, gli Stati Uniti e, più in generale, il mondo anglosassone. Gli Stati Uniti vengono allora descritti come una società repressiva, ingiusta, razzista, ai limiti della democrazia. Se questo è vero, se gli Stati Uniti non fanno che accumulare calamità politiche, economiche, sociali e culturali, com’è che il resto del mondo si preoccupa della loro ricchezza, del loro primato scientifico e tecnologico, dell’onnipresenza dei loro modelli di cultura? La discussione diventa estremamente difficile, di fronte a questo miserabile ermetismo intellettuale chiuso all’informazione più elementare. Quella che si dice una decadenza: la Francia ha avuto un grande specialista degli Stati Uniti, Alexis de Tocqueville. Oggi abbiamo José Bové.

Per rimanere appunto ai fatti. Si criticano la segregazione e il razzismo americano ma è negli Stati Uniti che le più alte cariche dello Stato vengono affidate ad afroamericani e a latinos, mentre in Francia, per esempio, non si trova un accordo sulla possibilità o sulla necessità di applicare la discriminazione positiva a quella parte della popolazione che accumula i più pesanti problemi culturali, sociali ed economici. Per definire la chiusura della società francese Nicolas Sarkozy non ha esitato ad utilizzare il termine “caste”.
È vero, ma va considerato che gli Stati Uniti sono un paese costituito e costruito da immigrati. I problemi d’integrazione sono quindi di un’altra natura rispetto a paesi che, come la Francia o l’Italia, hanno una forte e plurisecolare personalità culturale.

Per chiudere, cosa ne pensa del possibile ingresso della Turchia nell’Unione Europea?
Una certa apprensione è normale, perché in alcune parti della Cappadocia e dell’Anatolia vivono centinaia di migliaia di contadini incolti e fanatizzati dall’islam. Credo però sia possibile imporre alla Turchia una “neutralità” religiosa, anche se ci saranno inevitabilmente dei problemi. Ma, contrariamente a quello che si pensa, la Turchia è più europea che asiatica. I dirigenti turchi sono estremamente europeizzati e la maggor parte degli intellettuali turchi ha studiato a Londra, Parigi, Roma. Pur non essendo un paese completamente europeo, la cultura della Turchia è in gran parte europea, e per questo penso possa essere integrata all’Unione Europea.

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