«L’ERA DELLE TUTELE è FINITA»

Di Pietro Piccinini
23 Settembre 2004
Otto Bitjoka, camerunese in Italia dal 1976

Otto Bitjoka, camerunese in Italia dal 1976, s’è sudato due lauree e oggi fa l’imprenditore: ha fondato Ethnoland, una società che fornisce servizi agli immigrati per favorirne l’integrazione nel paese, ed è fra l’altro promotore dell’associazione degli imprenditori immigrati Imprendim. Il dottor Bitjoka oggi ha sotto di sé decine di dipendenti, ma non ha la pretesa di insegnare niente a nessuno. Però se gli parli di tutele e diritti, proprio a lui che in questi trent’anni da immigrato le tutele e i diritti non li ha visti nemmeno dipinti sui muri, beh, è comprensibile che gli scappi da ridere. «La mobilità del lavoro – ha detto Bitjoka a Tempi – non è ancora parte della cultura italiana. In Italia assieme al lavoro si cercano ancora protezioni, garanzie. Purtroppo però la globalizzazione non lo consente più. Bisogna prendere atto e cominciare a cambiare attitudine».
Si può spiegare meglio?
Il mercato del lavoro è diventato competitivo: un operaio specializzato, un ingegnere, può venire dalla Francia o dalla Germania per lavorare a Milano. Non si può evitare la mischia mettendo il dazio sulle capacità professionali (è questo che vuole fare la Lega) come se fossero delle merci. È la competitività che conta: uno vale nella misura in cui è capace di offrire soluzioni alle aspettative degli altri. Bisogna lasciarsi giudicare dal mercato, non si vince grazie al protezionismo. La globalizzazione non lo consente più. Credo che il movimento No global tema proprio questa mancanza di tutele.
Il mito del posto di lavoro fisso fa parte di uno stile di vita che non è più possibile. D’accordo, bisogna lasciare alla gente il tempo di adeguarsi psicologicamente a questo mondo che cambia e bisogna lasciare che il nuovo che avanza venga combattuto. È normale che il nuovo spaventi, ma non esiste alcun argine che possa fermare la piena della globalizzazione con le sue conseguenze, positive e negative. Ci si può solo adeguare, perciò bisogna educare la gente alla mobilità, educare alla cultura del cambiamento. E siccome l’educazione è un processo lento, bisogna lasciare alla gente il tempo di digerire lo shock che la scomparsa delle tutele crea. Con il tempo anche l’Italia si adeguerà. E con questo non voglio dire che dobbiamo subire il neoliberismo: da cristiano valdese, io credo che occorra un comportamento sociale ben preciso, un codice etico. Il mio business, pur essendo social oriented, è profit oriented, dal momento che devo creare profitto per trovare l’equilibrio dinamico gestionale. Però nel fare questo io tengo conto che è l’uomo al centro di tutto. Do precedenza, priorità all’uomo in quanto tale. Non mercifico l’uomo. È fondamentale.
Lei però non si è fermato a chiedere dove fossero i suoi diritti. Si è rimboccato le maniche.
Ma io non avevo alternative! Lo dico solo come battuta, perché il lavoro per me non è solo una necessità esistenziale, ma anche la via della redenzione. Nella Bibbia, quando Adamo ed Eva peccano, Dio dice loro che vivranno del sudore della loro fronte, mica di elemosina. Il sudore della fronte vuol dire lavorare, farsi venire i calli sulle mani. Io non sono sindacalizzato, perciò non mi parlare dei comunisti che hanno la loro visione e non credono in niente. Intendiamoci, non ho nulla contro lo sciopero, anzi, credo nella dialettica del confronto e lo sciopero è uno strumento legittimo del sistema interlocutorio democratico. Ma ad andare a protestare ci si fa venire i calli sulla lingua, non sulle mani. Bisogna essere problem solving oriented: chiedersi dove sono finite le tutele non resuscita il vecchio sistema. Io credo nel valore del lavoro. Bisogna comunicare il valore dell’essere umano e il valore del lavoro come via alla redenzione. Non possiamo sempre sederci e parlare, parlare, contestare, contestare. Nella vita del cristiano non è contemplata la contestazione, ma è contemplata la fatica come via alla redenzione. Poi ringrazio Dio che la fatica produce anche ricchezza.

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