L’esercito con la tonaca

Di Rodolfo Casadei
11 Ottobre 2007
In piazza contro il regime che ha sacrificato il paese al dio del socialismo. Per la libertà non si può aspettare l'arrivo di un'altra vita

Monaci catturati al lazo come vitelli nella prateria dai cow-boy, legati agli alberi e presi a calci. Bonzi caricati a colpi di manganello sui camion e trasportati in centri di detenzione nel nord del paese. Monasteri saccheggiati, statue del Buddha decapitate per recuperare le pietre preziose incastonate. E sangue sparso: sette monaci uccisi due settimane fa ai piedi della cupola dorata della pagoda di Shwedagon, la più venerata del paese. Almeno quattro negli assalti agli altri monasteri. Gli arrestati delle proteste sarebbero finora 6 mila, e di questi 1.200 porterebbero la veste color zafferano dei bonzi.
Il prezzo che i religiosi stanno pagando per aver guidato le manifestazioni di protesta contro il regime militare birmano è alto, ma l’indignazione popolare per il sacrilegio compiuto dagli uomini in divisa lo è ancora di più. «La Birmania è un paese buddista ed è normale per i nostri giovani trascorrere un certo periodo di tempo come novizi nei monasteri. La dimensione spirituale diventa particolarmente importante in una lotta in cui convinzione profonda e impegno mentale sono le armi principali contro la repressione armata. Le autorità ci accusano di fare un uso politico della religione, forse perché è quanto esse stesse stanno facendo o, forse, perché non possono riconoscere la natura a più dimensioni dell’uomo come essere sociale. Il nostro diritto alla libertà religiosa è sempre più minacciato dalla volontà delle autorità di oscurare le attività dell’opposizione». Anche dopo 11 anni di detenzione e arresti domiciliari negli ultimi 18 anni Aung San Suu Kyi resta il personaggio politico più amato della Birmania, il cui nome la giunta militare ha storpiato in Myanmar nel 1989. Le sue parole trovano sempre il modo di fare il giro del paese e poi del mondo.
Se si tenessero libere elezioni il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Nld), vincerebbe a mani basse come già nel 1990, quando conquistò 392 dei 485 seggi del Parlamento, ma vide il suo successo vanificato dall’indisponibilità dei militari al potere di riconoscere il risultato delle elezioni che essi stessi avevano convocato. Perché Aung rappresenta tutto ciò che i birmani hanno caro: la fede buddista (i monaci, che sono recentemente riusciti nell’impresa di incontrarla ai cancelli della sua residenza dopo essere passati attraverso i posti di blocco di polizia ed esercito, la chiamano “la nostra discepola”), la lingua e cultura birmana trasportate in una dimensione internazionale (ha studiato a Nuova Delhi, Oxford e Londra, ha ricevuto il premio Sacharov per i diritti umani e il Nobel per la pace) e soprattutto la storia: è figlia del generale Aung San considerato padre della patria, che combattè sia contro i colonizzatori inglesi che contro gli occupanti giapponesi prima di negoziare con la Corona britannica l’indipendenza del paese, avvenuta nel 1948 quando lui già era stato assassinato da un politico rivale.
Vedere monaci buddisti guidare una protesta di natura apertamente politica, critica del governo in carica e apertamente solidale con il principale partito d’opposizione, lascia perplesso più di un osservatore occidentale. Non è il buddismo una filosofia (trasformata in religione dal popolino) che predica il distacco dalle passioni terrene come via per il raggiungimento del Nirvana, la pace perfetta che è annullamento dell’esistenza individuale in un’armonia cosmica? Che spiega come le sofferenze che i singoli patiscono in questo mondo sono meritate, perché dovute a colpe commesse nelle vite precedenti? Se le cose stanno così, anziché protestare per strada contro il regime i manifestanti dovrebbero tornarsene a casa o al proprio monastero e meditare sui peccati commessi in questa vita e nelle precedenti. E invece. «Invece il buddismo si è aperto all’impegno mondano in quasi tutti i paesi dell’Asia nell’ultimo secolo. Se guardiamo la storia, vediamo che tutti i movimenti per l’indipendenza nazionale nei paesi a maggioranza buddista hanno avuto un sostegno forte e palese da parte dei monaci: è stato così in Sri Lanka, in Vietnam e in Birmania». Padre Piero Gheddo, responsabile dell’Ufficio storico del Pontificio istituto missioni estere (Pime) ed ex direttore della rivista Mondo e Missione parla con cognizione di causa: lui personalmente ha visitato tre volte (l’ultima nel 2002) la misteriosa nazione e il suo istituto missionario, che vanta 157 anni di attività, è stato presente in Birmania per 140 anni di seguito, dal 1867 al 29 marzo 2007. In quella data è morto l’ultimo padre del Pime presente nel paese, l’89enne Paolo Noè assegnato alla regione della minoranza etnica shan (quella delle famose “donne giraffa”). Va sottolineato che la presenza non si è estinta per carenza di vocazioni, ma per il semplice motivo che dal 1966, per disposizione del governo militar-comunista del generale Ne Win in seguito mai modificata, è vietato l’ingresso di nuovi missionari cristiani nel paese, mentre molti di quelli presenti furono espulsi.

Le persecuzioni
A padre Noè e ad altri 29 fu permesso di restare, ma con la minaccia che se fossero usciti dal paese per qualsiasi ragione non sarebbe stato loro permesso di rientrare. Privati delle scuole, dei dispensari e dei lebbrosari da loro creati, che lo Stato socialista nazionalizzò e mandò in rovina, i missionari hanno stretto i denti, collocato l’Italia fra i ricordi di un passato che non sarebbe mai tornato e vissuto i pochi o tanti anni che Dio ancora gli riservava nel servizio al loro piccolo gregge: in Birmania i cristiani sono il 4,5 per cento della popolazione (3 per cento protestanti battisti, 1,5 per cento cattolici) e appartengono quasi tutti alle etnie minoritarie del nord e dell’est.
Ma il governo militar-comunista di Ne Win, di cui l’attuale giunta militare (che adesso si fa chiamare Consiglio statale per la pace e lo sviluppo) è l’erede storica, non ha perseguitato solo i cristiani: pur affermando che la “via birmana al socialismo” implicava un’ispirazione buddista, l’ideologia antireligiosa era il cuore del suo progetto. «L’uomo è il più importante di tutti gli esseri, è l'”Essere Supremo”. Al posto di dio (il dio di qualsiasi religione compreso Buddha come dio del buddismo), bisogna mettere l’Uomo. La filosofia del nostro partito è una dottrina puramente mondana e umana. Essa non è una religione», si leggeva nell’appendice filosofica alla dichiarazione programmatica del Consiglio rivoluzionario del gennaio 1963. Il culto religioso non è mai stato proibito, né allora né oggi, ma le conseguenze sociali dell’esperienza religiosa sì: «L’ideale del socialismo è una società prospera, ricca, fondata sulla giustizia», proseguiva il testo teorico. «Non c’è posto per la carità. Noi faremo di tutto, con metodi appropriati, per eliminare atti e opere di falsa carità e assistenza sociale. Lo Stato pensa a tutto». «Storicamente il buddismo non si è mai espresso in opere sociali, ma a partire dalla colonizzazione europea e dall’ingresso di missionari cristiani nei paesi asiatici le cose sono cominciate a cambiare», spiega padre Gheddo. «Le shanga, le comunità monastiche, hanno cominciato a dare vita a scuole di livello elementare per i bambini poveri dentro alle pagode, a creare ricoveri per poveri e orfani, a fornire cure sanitarie. C’è stata un’evidente influenza del modello della carità cristiana che perdura fino ad oggi: in Birmania esistono centri di accoglienza per malati di Aids gestiti da monaci buddisti e scuole informali nelle pagode, dopo che i militari hannno allentato un po’ il divieto di opere sociali caritative».
Se si vuole paragonare la vicenda storico-politica della Birmania con quella di un paese europeo, il paragone che viene alla mente più facilmente è quello con la Polonia degli anni della Guerra fredda: come nel caso della patria di Giovanni Paolo II, ci troviamo di fronte a un paese dove l’identità nazionale coincide col patrimonio culturale e religioso, eppure al potere c’è gente che

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