L’esodo cristiano
Non tutti hanno il coraggio eroico di padre Ragheed Aziz Ganni, il 34enne sacerdote assassinato dagli estremisti islamici il 3 giugno a Mosul insieme a tre suddiaconi al ritorno dalla celebrazione della Messa domenicale. Dopo aver studiato sette anni a Roma il prete caldeo era tornato in Iraq proprio nel 2003, quando stavano cominciando le violenze terroristiche dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. «Perché lì è il mio posto», aveva detto agli amici italiani. «Tutte le settimane qualcuno arriva a bussare alla mia porta. Tutte le settimane devo andare alla frontiera, dove la polizia ne ha arrestato qualcuno», ci dice monsignor Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut in visita in Italia: parla dei profughi iracheni cristiani caldei, che da clandestini entrano in Libano alla ricerca di un rifugio. Prima del 2003, al tempo dell’Iraq sottoposto a sanzioni internazionali, erano un ruscello; dal 2003 sono diventati un fiume e ora rischiano di diventare una grande marea. Lo confermano le parole dell’unico vescovo libanese che li sta aiutando: «Oggi a Baghdad un cristiano che passeggia per la strada con una croce al collo viene aggredito; in alcuni quartieri e in certe città li si obbliga a pagare la jizah, l’antica tassa coranica imposta come tributo di soggezione a cristiani ed ebrei. Molti sono vittime di rapimenti a scopo di riscatto o politicamente motivati. Sono continuamente insultati e minacciati: “Voi siete gli alleati degli americani!”».
Naturalmente i cristiani non sono gli unici iracheni costretti a cercare rifugio lontano dalle loro case o addirittura all’estero a causa della violenza imperante nel loro paese. Stando ai numeri dell’Unhcr, l’ente dell’Onu che si occupa dei profughi, sono 4,2 milioni gli iracheni costretti ad abbandonare i focolari dalla caduta del regime di Saddam Hussein; di essi, 2 milioni sono sfollati verso aree più tranquille dentro all’Iraq (la maggior parte nel Kurdistan), gli altri 2,2 milioni hanno trovato rifugio all’estero, per lo più nei paesi vicini: 1,1 milioni in Siria, 750 mila in Giordania, 80 mila in Egitto, 70 mila in Libano, 200 mila nei paesi del Golfo. Dei 4,2 milioni di iracheni sfollati o rifugiati all’estero, i cristiani sono 300 mila. Una cifra enorme, quando si considera che in tutto i cristiani iracheni non sono più di 800 mila. Questo significa che la condizione di sfollato e profugo colpisce il 16 per cento di tutti gli iracheni, ma ben il 37,5 di tutti i cristiani iracheni.
Prima del 2003 i cristiani caldei rifugiati in Libano erano qualche decina di famiglie. Oggi monsignor Kassarji deve prendersi cura di 800 famiglie (4-5mila persone) che vivono quasi tutte la condizione degli immigrati clandestini: il Libano ospita campi di profughi palestinesi prodotti dal conflitto del 1948, ma non ha mai sottoscritto la Convenzione internazionale sui rifugiati del 1951, perciò non accetta profughi stranieri sul suo territorio se non nel caso di quelli a cui l’Onu rilascia un permesso temporaneo in vista del loro reinsediamento in un paese terzo. In questa condizione si trovano solo alcune centinaia di caldei iracheni, tutti gli altri rischiano l’arresto e l’espulsione. «Le peripezie dei caldei iracheni in Libano sono paradossali», spiega Kassarji. «Si spingono fino in Libano perché sanno che qui vive una forte minoranza cristiana e che il capo dello Stato è un cristiano. Ma scoprono presto la realtà. Attraversare la frontiera clandestinamente gli costa 200-300 dollari americani per persona, poi una volta entrati rischiano continuamente l’arresto per ingresso clandestino nel paese. Quando vengono presi, trascorrono da 3 a 5 mesi in prigione in attesa del processo (ma ho conosciuto iracheni che ci hanno passato un anno intero), poi dopo la sentenza vengono espulsi; il direttore della sicurezza nazionale prende i contatti con l’ambasciata irachena e organizza il loro rimpatrio. Spesso mi arrivano telefonate, dal Libano e dall’Iraq, di parenti di persone arrestate che mi chiedono di intercedere. Io vado sempre alla prigione, anche quando sono lontane da Beirut vicino al confine attraversato. Ho anche indirizzato una lettera aperta al capo dello Stato per sostenere le ragioni di questa gente in cerca di salvezza, ma finora senza nessun risultato».
Un tugurio e un lavoro in nero
La maggior parte dei caldei iracheni riparati in Libano ha trovato casa, a prezzi assurdi presso autentici tuguri, nel quartiere di Sid al Bawshiryye alla periferia di Beirut. Ma tutti sono prima passati al vescovado ad Hazmieh, nei pressi di Baabda, la collina su cui sorge il palazzo presidenziale. «Una volta alla settimana il campanello del mio palazzo suona e sotto ad aspettare c’è un gruppo di 10-20 persone: sono i caldei iracheni che la notte prima hanno attraversato la frontiera. A volte si vedono solo donne e bambini, ma quando apriamo il portone spuntano fuori anche gli uomini. Li sistemiamo su materassi dentro la chiesa e nell’episcopio. A volte non ho riserve di viveri e devo chiedere aiuto a mio cugino ristoratore per preparare un po’ di pasti. Dopo qualche giorno si trovano una casa a Sid al Bawshiryye e un lavoro in nero, molti gestiscono portinerie per pochi soldi ma con la garanzia di un tetto sulla testa. Poi cominciano i problemi della scolarizzazione dei ragazzi e delle cure sanitarie: li aiutiamo per l’uno e per l’altro problema, ma ci costa moltissimo».
Il problema del costo economico di un aiuto indirizzato a rifugiati irregolari è molto serio. I caldei libanesi, che sono in tutto 8 mila, hanno organizzato un comitato di aiuto che fa la sua parte e si riunisce tutti i giovedì presso l’episcopio di monsignor Kassarji. «Riusciamo a finanziare 700 pacchi viveri alla settimana, a pagare metà della retta scolastica di 400 ragazzi e ragazze, a sostenere ricorrenti spese sanitarie. Poi ci sono costi che proprio non vorremmo sostenere, come le centinaia di dollari per corse in taxi o in corriera per permettere agli iracheni di riportare a casa i pacchi viveri in condizioni di sicurezza: se la polizia li intercetta per la strada, li arresta come clandestini. È successo».
A Michel Kassarji sta molto a cuore un grande progetto a vantaggio dei profughi caldei iracheni. «Non lontano dalla mia sede c’è una struttura dei protestanti in vendita. Se potessimo acquistarla, lì concentreremmo tutte le attività per i profughi iracheni ora sparse in vari luoghi: catechismo, gruppi giovanili, scuola e doposcuola, distribuzione aiuti, eccetera. Costa un milione e 300 mila dollari, e sto cercando donatori che finanzino l’operazione». Chi ha a cuore il destino dei cristiani in Medio Oriente è avvisato.
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