L’estate della II generazione dei “nuovi russi”. A Oxford (dopo Rimini)

Di Martynov Ivan
31 Agosto 2002
L’estate del 2001 ha decretato la fine della generazione dei “nuovi russi”, gli eroi della rinascita capitalista dell’ex-impero sovietico

L’estate del 2001 ha decretato la fine della generazione dei “nuovi russi”, gli eroi della rinascita capitalista dell’ex-impero sovietico. Ormai non sarà più possibile distinguerli per le catenone d’oro con la croce trasversale ortodossa appoggiate sul petto bianchiccio, per la terribile pronuncia di quelle quattro parole inglesi necessarie a trasferire i soldi sul conto in Svizzera e l’inseparabile bottiglia di vodka “Absoljut”. Le loro giacche sgargianti vengono trovate dai barboni nei cassonetti dell’immondizia, perfino le grosse BMW sono considerate di cattivo gusto provinciale da chi ormai da due anni si è trasferito sulla Jaguar. Il periodo romantico del secondo avvento del capitalismo in Russia è ormai terminato: i ragazzoni semianalfabeti con la testa rasata ormai hanno i figli grandi che hanno studiato a Oxford e parlano un russo forbito con leggero accento, ridono dei filmacci sulla mafia russa che hanno ispirato i loro padri e girano con la sola “Visa gold” in tasca al posto dei pacchi di cellophan pieni di soldi. È stato un tempo ruggente, anche se breve. La vita di molti protagonisti dell’epoca, del resto, è durata ancora meno: la prima toilette pubblica a pagamento, il primo milione, il primo cottage in stile “gotico neomoscovita”, e l’ascesa al cielo insieme alla prima “Mercedes” e ai resti della prima bomba fabbricata in casa.

È in campo la seconda generazione, in possesso di brillanti diplomi pagati ad altissimo prezzo, di vestiti fatti su misura in Italia, di case nel centro di Londra e Parigi e ville sulla Costa Azzurra, mentre masse di russi “medio-proletari” affolla le spiaggie di Rimini, di Antalya e di Cipro. I capitalisti russi di seconda leva lavorano quattro giorni alla settimana, e gli altri tre si godono la famiglia nel “ranch” fuori Mosca. I nuovi russi rimarranno in qualche modo un favoloso ricordo; in loro c’era un fascino tutto russo, quella tendenza nazionale all’eccesso, che in tempi più nobili veniva chiamata “anima russa”, e di recente “sfrenatezza” e “amoralità”. Essi erano ridicoli e insopportabili, minacciosi e commoventi. In qualche modo hanno ricordato i loro bisnonni in giaccone di pelle, che saccheggiavano i palazzi dei nobili inneggiando alla rivoluzione, in possesso soltanto di un mauser e di una fede incrollabile nel proprio diritto al futuro. Ormai è iniziata tutta un’altra vita, assai più sicura e prevedibile, moderata e grigia come il presidente Putin. Come spesso succede, ciò che bolliva schiumando si raffredda incrostandosi.

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