L’estate delle ipocrisie politico-geometriche
Le lamentele circa le insufficienze del nostro sistema scolastico sono quotidiane. Gli studenti sono sempre più impreparati – si ripete – e non conoscono più l’ortografia e la grammatica. Quanto alla preparazione scientifica, meglio stendere un velo pietoso. È con autentico senso dell’opportunità che dalle alte sfere della politica è disceso un mirabile esempio di crassa ignoranza con l’introduzione dell’orrido neologismo “equivicinanza”. Pare che chi l’ha introdotto abbia lamentato che nella lingua italiana esista soltanto il termine “equidistanza” e non il suo contrario, “equivicinanza”.
Il vocabolario Treccani della lingua italiana spiega che “distanza” è la lunghezza del percorso fra due luoghi, due oggetti, due persone, più precisamente il minimo percorso fra essi. Pertanto, la distanza è una nozione puramente geometrica. Poi può essere grande o piccola, e allora si parlerà di lontananza o vicinanza. Ma i nostri colti politici non sanno che il contrario di “vicino” è “lontano” e non “distante”. Il suddetto vocabolario ricorda che “equidistante” è qualcosa avente uguale distanza rispetto a un altro oggetto, da un punto comune di riferimento. Ovviamente i nostri eroi fanno riferimento all’accezione figurata del termine: è equidistante tra due parti in conflitto chi assume un atteggiamento neutrale nei confronti di entrambe. Un simile atteggiamento a loro non basta e desidererebbero essere neutrali in modo affettuoso, al di sopra delle parti ma carezzevoli per entrambe e quindi amici di entrambe, o “equivicini”.
E qui casca doppiamente l’asino. Perché già l’equidistanza non implica affatto un atteggiamento moralmente accettabile. Mettiamo che io veda per strada un nerboruto delinquente che sta accoltellando un onesto mingherlino: assumendo un atteggiamento neutrale ed “equidistante” divento complice del delinquente e quindi moralmente non sono equidistante per nulla. Figuriamoci poi se pretendo di essere “equivicino” e rivolgo ad entrambi parole di affettuosa comprensione. Nel concreto, mettiamo che uno dei due contendenti sia un paese democratico che agisce in modo trasparente e che ha come unico scopo vivere entro confini internazionalmente garantiti, e l’altro sia un movimento armato che agisce al di fuori di qualsiasi principio di legalità e ha come scopo dichiarato la distruzione del primo, e sceglie come mezzo l’attacco ai civili con il deliberato scopo di massacrarli. Se mi dichiaro equidistante tra i due, in realtà ho scelto il campo del secondo contendente. Se mi dichiaro anche “equivicino” aggiungo al danno la beffa.
Quest’estate per molti politici è stata la sagra dell’ipocrisia mascherata dietro l’abuso di termini geometrici o aritmetici. Come nel caso della reazione “sproporzionata” di Israele. Per reagire in modo “proporzionato” ed evitare la guerra, Israele avrebbe dovuto limitarsi a uccidere e rapire alcuni militanti Hezbollah. Con la stessa logica, nel 1914, all’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo si sarebbe dovuto reagire assassinando un nobile russo. Così facendo, nella logica degli “equivicini-proporzionalisti”, la Prima guerra mondiale non sarebbe scoppiata. La loro visione identifica come cause dei processi storici gli eventi che non vanno al di là della punta del loro naso ed è quindi dello stesso livello della loro cultura linguistica e del loro dominio della logica.
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