L’etica di Lapo su “Chi”. Bell’idea
Mio caro Malacoda, in attesa dei lupi che pasceranno con gli agnelli, accontentiamoci dell’Agnelli che si fa Lapo. Sono certo che non hai letto la sua intervista a Chi, perché sei un inguaribile snob e hai il vezzo di pensare che per incidere a fondo nella società e nei costumi bisogna occuparsi degli intellettuali. Non ti do torto, ma qualche incursione nel pop-trash ogni tanto aiuta a capire come si inculturino, diciamo così, le idee nel vissuto quotidiano, come diventino sentire comune, pensiero irriflesso, questo sì, ma pur sempre pensiero guida dell’agire, o del sognare. Corri quindi in edicola e leggi. Lascia perdere il sospetto che l’intervista sia in realtà una marchetta (iniziativa promozionale, ndr) per lanciare la nuova collezione di articoli «che spaziano dal design all’abbigliamento, alle borse da viaggio, agli occhiali» e concentrati sulle dichiarazioni di principio del Lapo. «Tengo sempre conto dei fattori etici, per quelli intendo combattere». Giusto. Prendi nota. L’uomo moderno, l’uomo che si fa da sé, «l’imprenditore indipendente» (tu hai mai conosciuto un imprenditore dipendente?) non combatte per affermare la verità, ma per non precisati “fattori etici”. Non capisci? Ti soccorre il Lapo stesso con una metafora calcistica, quando racconta di una partita a Pantelleria: «Adoro giocare a calcio. In quell’occasione. ho anche prestato le mie scarpe a mio cugino Andrea (fattore etico), con lui c’è un affetto vero (fattore etico). E poi lui gioca bene, io gioco meno bene. Però picchio di più. Sono l’ultimo uomo in campo. sono quello che non può far passare nessuno (una mission etica), uno di quelli cattivi. O di quelli buoni, dipende dai punti di vista». Qui sta il punto. Escludo che il Lapo abbia letto Nietzsche, escludo comunque che ci pensasse mentre diceva queste cose, eppure pare di sentire il filosofo tedesco: buoni o cattivi, dipende dai punti di vista, che è un modo più banale, ma decisamente più chiaro per riassumere due frasi del grande nichilista: «Non c’è più verità, ma soltanto interpretazioni» e «Al di là del bene e del male». Il bene e il male dipendono dal punto di vista perché uno non ha più la capacità o il coraggio di definirli, e allora, in nome dei “fattori etici”, non sapendo o non potendo scegliere tra l’uno e l’altro, teorizza di vivere al di là dell’uno e dell’altro. Naturalmente lo fa per «sostenere la sua generazione», un altro “fattore etico” impregnato della stessa genericità di chi lavora per “l’umanità” (diffida sempre di chi vuole bene a un nome e un cognome). Un uomo così per noi è una manna salita dagli inferi, uno che visiterà «il più grande centro ospedaliero di Tel Aviv» perché è «metà cattolico e metà ebreo», ma si sente «più vicino alla religione ebraica», perché, sempre in nome della battaglia per i “fattori etici”, della religione cattolica gli dà fastidio «l’eccesso di moralismo». è famoso infatti per la sua scrupolosa obbedienza a tutte le prescrizioni della Torah.
Scusa la battuta, scappa da ridere anche a me, forse è meglio se per questo tipo di offerta etica ci cerchiamo testimonial più aderenti al prodotto. L’intenzione, però, era buona, fattici una piastrella.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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