L’etichetta c’è ma non si vede
La complessa realtà del mercato diventa sempre più contradditoria. Il fenomeno del no logo, del rifiuto, cioè, di etichette evidenti, di marchi urlati e di nomi famosi, più importanti del prodotto stesso, è sempre più diffuso. Anche i marchi più noti nell’abbigliamento e nell’arredamento, soprattutto, mostrano in maniera meno evidente il loro marchio. Ikea, ad esempio, promuove prodotti funzionali e piacevoli, ma dall’aspetto anonimo. Muji, l’azienda giapponese che propone i suoi prodotti essenziali (per ora solo in Gran Bretagna e Francia) in negozi dallo stile rilassato, presenta prodotti contrassegnati da etichette che elencano solo i contenuti dei suoi prodottti e nient’altro. Sembra che il mondo sia stanco di etichette, di schemi e di apparenze. Ma d’apparenza si tratta. Un fenomeno ormai dilagante negli Usa è, infatti, l’etichetta elettronica, la smart tag, cioè l’etichetta intelligente. Tutto può essere catalogato, grazie a questo microchip invisibile: dal cane, al bullone, all’auto fino alla t-shirt che indossiamo. L’etichetta macroscopica scompare, ma ricompare in maniera più subdola.
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