L’etichetta non c’è più
Non si tratta di bon-ton, ma d’etichetta, nel senso di “marchio”. È l’ultima tendenza: gli stilisti nascondono il logo dalle loro creazioni, perché non basta un marchio a caratteri cubitali per comunicare la quintessenza di qualità e buon gusto. Gli esempi si sprecano. Le famose scarpe Adidas, riconoscibili per le mitiche tre strisce laterali, sono state ridisegnate da Yohji Yamamoto con le note bande “cammuffate” tra fiori e ricami. Una sconosciuta azienda inglese (Vertu) propone un cellulare in edizione limitata rifinito, a scelta, in platino, oro o acciaio. Un originale sandalo Gucci porta il logo stampato dietro al tacco in bambù. Anche i negozianti cominciano a farsi contagiare: il proprietario di Yoost, negozio milanese di Via Cesare Correnti, vende solo capi ai quali stacca l’etichetta originaria per applicare quella della sua attività. L’insegna del negozio, poi, è ancora quella arrugginita del vecchio proprietario, un mobiliere. Etichette? No, grazie.
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