Lettere 12
Caro direttore,
A proposito del caso di Erika, Le propongo una riflessione da parte di chi, come la sottoscritta, molte volte viene interpellato a giudicare quanto delitti assurdi e agghiaccianti siano frutto di menti malate o quanto invece siano responsabilmente compiuti da persone «capaci di intendere e volere». Qui siamo di fronte ad un minore e questo cambia, giustamente, il contesto e il tipo di quesito, perché comunque di una persona in formazione si tratta, in cui ancora quello che è l’iter formativo della personalità non è compiuto. A tale proposito vorrei proporre una riflessione, sul ruolo diseducativo e deformante del piccolo e grande schermo rispetto allo sviluppo degli adolescenti e dei giovani, sia per gli aspetti formali come per quelli di contenuto veicolati. Riguardo ai primi (gli aspetti formali, tecnici) numerosi sono ormai anche gli studi che dimostrano quanto alteranti e perfino patologici siano le esperienze di contatto con la “realtà virtuale” in chi non ne fosse adeguatamente preparato o accompagnato. La realtà virtuale, alterando e sovvertendo i parametri spazio temporali, che sono quelli che orientano le nostre capacità “orientative” e quantitative dello stato di coscienza (noi ci orientiamo nello spazio e nel tempo solo grazie a tali parametri), mina alla base la percezione stessa del dato di realtà, illudendo e sovvertendo il contatto fisico reale, la percezione fisica concreta del tempo, dello spazio e della realtà così come normalmente se ne fa esperienza. Nella realtà ciò che più è importante è riconoscere e distinguere le cose intorno a noi e tra le cose i volti, le persone, altro da noi, con una loro realtà concreta distinta dalla nostra. L’esperienza di una sana e normale convivenza, la vita di relazione, origina proprio dalla percezione dell’altro da me, rispettando (cioè riconoscendo lo spazio e il tempo di cui pure lui ha bisogno per vivere) il quale io entro in rapporto. Nella passività (mancanza di contatti e rapporti reali) indotta dall’“abuso televisivo” e nell’immersione in quei falsi mondi immaginari, non esiste più la realtà-realtà, l’altro veramente altro, ma solo un io solitario che guarda al resto del mondo non solo con estraneità ma con ostilità. La violenza ha già una sua prima radice qui, in un’anomala percezione del reale, quello virtuale scambiato come reale in cui regnano tutte le fantasie distruttive e violente dell’infanzia o dell’adolescenza. Se agli aspetti tecnico-formali aggiungiamo quelli di contenuto, qualitativi, il disastro è raddoppiato: è evidente a tutti quanto sia esplicitamente violento il messaggio contenuto nei video-giochi, così come in molti film (vedi Hannibal). Ma c’è un altro tipo di messaggio violento, che è quello dell’erotismo, ormai ridotto ai livelli più bassi della scala evolutiva. È un erotismo e una sessualità, quella propagandata, in cui il piacere è slegato dalla felicità (Pavese diceva: «Ciò che l’uomo cerca nel piacere è la felicità») mia e altrui. Il raggiungimento del piacere a tutti i costi diventa uno scopo che si ritorce contro il piacere stesso (perversamente non sei mai soddisfatto) tanto è inumano e contro la natura umana, la quale, per essere felice, ha bisogno di sentire l’altro felice con sé. Il principio del piacere a tutti i costi (e in tutti i modi) è un principio violento, teso com’è all’uso, all’abuso e alla reificazione dell’altro (mero oggetto di piacere). Pare quindi possibile affermare che ci troviamo così di fronte non tanto ad alterazioni psicopatologiche della mente umana in senso tradizionale, clinico, ma a fenomeni di “irrazionalità” che affondano le loro radici in questo sviluppo alterato e perverso del rapporto di realtà e della vita relazionale indotto da “strumenti perversi” lasciati in balia (ma con responsabilità comunque degli adulti che ne permettono l’utilizzo e la divulgazione) di persone indifese che presto si possono trasformare in robot omologati, in cui sembra scomparsa ogni traccia di umanità, di vita emotiva e intellettiva. Un altro dato agghiacciante è che la violenza raggiunta in queste condizioni supera senza paragone quella che si può trovare nei casi di “ordinaria follia” (per quanto rari rispetto ai normali siano gli atti di violenza compiuti da chi soffre psichicamente). Il malato almeno mantiene un’esperienza di angoscia e di sofferenza interiore, con un’ultima domanda di aiuto, che non si coglie invece in chi compie tali reati. Di fronte allo strapotere dei mezzi di comunicazione bisogna difendere il ruolo educativo e formativo primario che possono svolgere la famiglia e la scuola sviluppando innanzitutto la capacità critica che il ragazzo deve avere (la critica e il giudizio) di fronte a tutto ciò che poi può incontrare. È fondamentale che vi sia esperienza amicale tra adulti e ragazzi, in cui l’adulto non si sostituisce al ragazzo ma, proponendo a lui il suo bagaglio formativo ed esistenziale (sperando che tale bagaglio vi sia), fa emergere dal di dentro del ragazzo ciò che egli veramente desidera e ciò che egli può riconoscere come bene e come male per sé e per gli altri. Se tutto questo è fallito non si può abbandonare la speranza che possa riaccadere per Erika, come per altri, tale grande possibilità: che un uomo sia tale.
Maria Teresa Ferla, Primario Psichiatra
Caro Direttore, venerdì davanti all’università Bicocca di Milano, attaccato a qualche palloncino colorato, è volato verso cielo lo striscione «Università=liceo? No grazie». A naso in sù il sottosegretario al Ministero dell’Università, Luciano Guerzoni, accorso per l’inaugurazione dell’anno accademico, ha potuto così constatare di persona quanto successo ha ottenuto il suo operato. Abbassati gli occhi, un’altra amara sorpresa. I “quattro imbecillotti” di De Mauro erano diventati mille nel volgere di una settimana.
Alberto Boffi, Carate Brianza
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