Lettere 30
Un trentenne in carriera e i desiderata dei giovani (secondo i sondaggi) Caro direttore, un articolo del Sole 24 ore di qualche tempo fa parlando di uno studio commissionato dalla Provincia di Milano sul tema “Orientamenti ed aspettative dei giovani rispetto al mondo del lavoro” titolava: “I ragazzi milanesi sognano il marketing e tanti soldi”.
Entrando nel merito dell’articolo stesso, si vede che i giovani intervistati mettono al primo posto nella classifica dei desiderata per la ricerca del posto di lavoro i soldi, le prospettive di carriera ed altro, a volte anche nobile, come permettere di costruirsi una famiglia e di lasciare tempo libero per la vita privata.
Si commenta nell’articolo: “è rassicurante trovare ragazzi che hanno una immagine positiva del mondo del lavoro. Dalla ricerca emergono giovani determinati concreti, desiderosi d investire sul loro futuro. Sono persone realiste che associano al lavoro elementi di successo, autorealizzazione ma anche identità e responsabilità”.
Mi colpiscono due cose sulle quali vorrei farti alcune considerazioni:
1) Nessuno dei giovani intervistati (e sono 3000!) ha parlato del lavoro come bisogno dell’uomo. Questo lo deducao dai dati: si notano aspettative anche nobili (tempo per la famiglia, costruzione della famiglia, tempo libero) ma niente riguardo la capacità di costruzione o di incidenza nella realtà. Nessuno che abbia detto (forse perché non è stato chiesto, nel qual caso è ancora peggio) tra gli aspetti che influenzano la scelta del lavoro c’è la possibilità di costruire opportunità per me ed altri oppure contribuire a soddisfare la mia esigenza di “protagonismo” nella vita. Si mette al primo posto sé stessi in un modo ostinatamente egoista che, secondo me, ha sbocco inevitabile nella delusione o nel nichilismo come posizione. Tutt’altro che realismo.
2) Se per scegliere un lavoro io tengo in considerazione il fatto che mi lasci tempo libero per la famiglia etc. è perché contrappongo aspetti della vita che invece sono uniti. Tutt’altro che responsabilità.
Io ho una concezione del lavoro che parte dal fatto che voglio incidere nella realtà, riempirla di significato, renderla più corrispondente ai miei bisogni; in questo senso il lavoro è per me esso stesso un bisogno.
Ma l’osservazione da cui non posso prescindere è che la realtà che io ho intorno non è mia, non me la do da me. E quindi nel rapporto con la realtà (il lavoro è rapporto col reale) devo considerare la possibilità di essere cambiato dal rapporto con una realtà che non è mia. Nel lavoro quindi devo vivere la fatica di questa possibilità di cambiamento. Ma questa fatica deve avere uno scopo altrimenti non sarebbe fatica ma un inutile forma di masochismo.
La domanda che mi sento di fare ai 3000 giovani che hanno risposto all’indagine ed anche a coloro che l’hanno proposta e studiata è la seguente: “Alla luce dalla mia considerazione, se ragionevole, è possibile che lo scopo del lavoro possa esclusivamente essere soldi, carriera, etc. erc.”?
L’incontro con il movimento di CL avvenuto in università mi ha introdotto a una coscienza dello scopo e del perché la realtà è positiva.
Allora io arrivo a dire, pur con tremore per l’inadeguatezza di cui faccio esperienza giornalmente, che lo scopo del lavoro è la gloria umana di Cristo e questo significa che lo scopo del lavoro, per il significato che ha Cristo nell’esistenza umana, è la scoperta della verità, avendo Cristo come via a questa scoperta.
Una impostazione di questo genere determina contenuto e metodo: se lo scopo del lavoro è questa conquista di una umanità più vera, più corrispondente alla verità e che quindi accetta da una parte che la realtà non è fatta da noi, da un’altra parte che esiste una verità a cui corrispondere attraverso il lavoro, accettare questo non è semplicemente un’ intenzione ma è un paragone con un luogo in cui questa verità sia in qualche modo presente.
Auguro a ciascuno di cui 3000 giovani la Grazia di un incontro, dell’incontro, grazie al quale l’introduzione alla coscienza di uno scopo e la possibilità di un paragone con esso sia possibile, e renda più umana e più vera l’esistenza.
Lo dico tentando di fare l’imprenditore, che spero in un futuro di successo, del settore marketing.
Sandro Bicocchi, Milano.
Caro Bicocchi, ci conosciamo, non è vero? Io e te sappiamo che la tua non richiesta lettera suona alquanto imbarazzante nel nostro teatrino mediatico dove si fa a gara (almeno in pubblico) a dissimulare quel che si è, ciò a cui si appartiene. Generalmente non ci si mette a nudo così ingenuamente (e non sta bene menzionare CL – specie in un giornale che vuol essere di buona fama e società – se non con l’occhio furbetto della politica o saputello del costumino religioso), generalmente si assume una posa d’occasione e si scrivono lettere piene di indignazione pro o contro gli immigrati, pro o contro il Papa, pro o contro il pride gay, pro o contro il vattelapesca dell’ultimo dibattito politico o di costume. Tutti liberi pensatori siamo, tutti a carezzare il pelo di una qualche opinione che intuiamo predominante in un certo e determinato attimo fuggente. Tu invece scrivi a noi che già ti conosciamo un po’, e un po’ sappiamo che sei tutt’altro che un farfallone che ha tempo da perdere in soffietti religiosi, tu che sei un trentenne ben piantato nella professione e che, beato te (a noi non capitò tanta fortuna – forse non avevamo voglia di lavorare o forse la nostra era un’epoca in cui c’era solo il tempo per spazzare la soglia di casa dalle rovine del `68- quando eravamo giovani) sfili già come un ganzo in carriera nelle belle pagine di riviste specializzate e ultrapatinate. Confessare di lavorare “per la gloria umana di Cristo” è un bell’affare, che per quanto coscientemente o incoscientemente sia detto, può provocare ilarità, un moto di preoccupazione o una virginea curiosità. I giovani, dicono, sono quella roba lì dei sondaggi. Tu racconti di una cosa un po’ marziana. Ma noi siamo liberi pensatori e ti staremo ancora a sentire e imparare, forse una sera, intorno a una bottiglia di buon Lagavulin.
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